“FLOW”, di Enrico Palandri

FLOW

di Enrico Palandri

Barbera Editore – Collana Centocinquanta

2011, 86 pp, 12€

 

Questo libro si nutre di una scommessa archimedea, quella sulla trascendenza del linguaggio, quella sull’alterità costitutiva e salvifica del “grande aliseo” – per dirla alla Kafka -, il fondamento oscuro che regge l’ontocinesi dei nostri cuori attraverso la creazione. E’ un meta-flusso che ragiona con una prosa piana e cantata sul flusso dell’essere umano scrivendo, e come ogni autentico momento letterario invita il lettore ad un cambio di rotta, a respirare più veri, a ritornare sulle storie ascoltate da infanti, ripartire da lì. Sembra che Palandri abbia scritto Flow contemporaneamente in due modi: il primo sedendosi improvvisamente allo scrittoio e, liberatosi da qualsiasi pattume retorico e formale, si sia come sgravato del parto che è stata la sua vita di docente, scrittore in un consuntivo, quasi pavesiano, che è atto d’amore nei confronti di se stesso e della letteratura di tutti i tempi; il secondo modo è invece quello di un Palandri che scrive il flusso dall’inizio dei tempi, con una lentezza medioevale, dal principio delle proprie date sino a te, lettore, che sei lì per farle tue e tramandarle infinitamente attraverso le profondità che da te riuscirai a far zampillare. C’è una doppia pista, d’altronde “ogni scrittore e ogni lettore è infatti sia appartenenza al proprio tempo, passione, desiderio, volontà di esserci, che non appartenenza, e cioè fuga, nostalgia, dissidio, silenzio”.

In quattordici capitoli, compresa la Bibliografia che considero vero e proprio momento argomentativo, il dettato tange le direttrici principali che animano la corrente: la lingua come contatto con l’essere “Assomigliando a questo gesto sfioriamo un’essenza ineffabile della nostra umanità, ci avviciniamo a qualcosa che non si può dire, lo respiriamo”; l’opera d’arte come crisi della storia, in barba al nostro Occidente di storicismo imbevuto, che nel momento in cui appare sfugge alle coordinate spazio-tempo, fonda il mondo di cui è espressione, limite legge; la negatività, il non-tempo come luogo eletto in cui le storie si raccontano, terreno di fioritura di una tradizione; il rapporto tra storie e storia, narrazione e verisimile: perché le storie raccontate sono più importanti della verità? Perché la presuppongono, sono loro a crearla “Per tutta la vita ci avviciniamo a narrazioni che ci attraggono, ci aiutano a crescere e presto ce le lasciamo alle spalle portandone le tracce in un tempo parallelo al presente sotterraneo, che costituisce il tessuto di nuove narrazioni attraverso cui interpretiamo il mondo”; la politica come bavaglio critico del flusso, cui proteggersi con la frequentazione dei morti “la loro musica, le loro poesie. La loro vita […] che ci raggiunge senza costringerci a difenderci dal modo in cui si intreccia alla nostra. E sono i morti a difenderci dai critici”; l’importanza di riconoscere la voluta oscurità del mythos, la sua benefica imprendibilità da parte del logos perché “non sono le spiegazioni che restano con noi, ma le domande, o piuttosto qualcosa che resiste oltre le domande, nella sua irriducibile alterità”; la funzione importantissima del tenere a battesimo le parole propria degli scrittori che, nella loro ricerca semantica ci salvano dall’ambiguità tipica del linguaggio, “l’arbitrarietà del loro gesto linguistico ci salva”; e ancora il valore dello stile, le relazioni tra l’affettività personale e l’opera d’arte, i rapporti fra tipo, personaggio, individuo, la scelta della libertà della creazione, che articola meglio il suo contrario, la storia, l’orizzonte del presente che è il nostro giogo. I contenitori di queste riflessioni spesso palesano un nome: Leopardi, Calvino, Wittgeinstein, Huxley, mentre il resto va ricercato nella confessione bibliografica finale.

Flow di Enrico Palandri è un marcatore d’umanità, un grande libro sull’importanza della condivisione, un’etica limpida della letteratura. Un invito, finalmente, a danzare.

federica d’amato

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