“NELLA CARNE DEI MIEI SOGNI”, di Simone Gambacorta – Giovanni Di Iacovo

Giovanni Di Iacovo – Simone Gambacorta

Nella carne dei miei sogni”

Colloqui tra uno scrittore ed un cronista letterario”

Duende Edizioni, Teramo, 2012

Giungono al numero sei i “Piccoli quaderni, Testi e materiali sulla letteratura in Abruzzo” (Duende Edizioni), collana di delizie letterarie abruzzesi sospese tra autobiografia e critica militante, curate dall’infaticabile Simone Gambacorta, “cronista letterario” teramano che in questi anni sta sviluppando un progetto culturale di assoluta qualità intorno ai fatti letterari della regione, con inedite prospettive di respiro nazionale. E proprio all’insegna della libertà, del sogno, della passione per la vita come narrazione continua si apre il sesto appuntamento, “Nella carne dei miei sogni”, che vede come protagonista del colloquio uno dei nostri più validi scrittori, Giovanni Di Iacovo. Un Di Iacovo in premessa quasi impacciato dalla necessità del mettersi a nudo che Gambacorta sistematicamente esige con le sue domande, un Di Iacovo che sa: “Gambacorta voleva che io sputassi anche i miei difetti, le mie difficoltà, le mie debolezze, il mio sangue versato. E capii che sarebbe stato utile. Utile per me, per capirmi, per fermarmi a fare il punto dei miei primi trentasei anni di scrittore e di essere umano”. Da siffatta agnizione, dalla candida confessione “l’amore per la scrittura ha coinciso in me con l’amore per la vita in ogni sua manifestazione” – usuale per uno scrittore vero, ma mai banale nello svelamento -, si sbroglia tumultuosa la corsa del botta e risposta, tra un critico letterario che chiede e chiede perché vorrebbe possedere innata l’arte del narrare, ed un narratore che risponde perché vorrebbe possedere innata l’arte del tacere – il silenzio, si sa, è l’amante perfetto di prosa e poesia: tale forse il valore autentico di questa breve pubblicazione che, come le altre della collana, pone in essere il vero fronte che sussiste tra l’indagatore, il decifratore, l’esegeta, l’erudito, il postino direbbe George Steiner, ed il suo oggetto, ossia l’avventuriero, il genio, l’innocente, il demone, l’esecutore, il demiurgo inconsapevole di mondi, il rievocatore. Il fronte di confine ma mai di rottura che struttura uno stesso paesaggio, un eguale amore, quello per la letteratura. Si evince con semplicità dalle tre sezioni del libro, i primi formati intorno ai due romanzi di Giovanni, Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2006) e Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2010), il terzo animato da quello che sembra essere ormai da anni il leitmotiv dell’attività culturale e politica di Di Iacovo, “Consumare culture è la benzina della creatività”, sorta di calderone, che rappresenta nell’insieme anche la parte più interessante del testo, in cui lo scrittore abruzzese parla della sua primissima gioventù, dei viaggi, dei romanzi amati, del suo modo di lavorare, di cosa significa essere e non essere scrittori, dell’evoluzione che tali significati hanno avuto nello svolgimento di un “artigianato artistico” vocato alla maturazione di direttrici culturali di sicuro interesse ed esempio, almeno per chi in Abruzzo intenda senza provincialismi ed egotismi masturbatori, cimentarsi seriamente con il mestiere di scrivere.

federica d’amato

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