“I TOUCH LEAVES”, di James Wright

 

Provando a pregare, di James Wright

Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle, e piange

tra le sue spine scure.

Eppure,

c’è del buono a questo mondo.

Si fa sera.

E’ il buio buono

delle mani di donne che toccano forme di pane.

L’anima di un albero comincia a muoversi.

Sioro foglie.

Chiudo gli occhi, penso all’acqua.

Definirei questa poesia di Charles Wright magistrale nella sua bellezza.

Vi è un continuo moto ascensionale e discensionale dalla carne all’essere – e viceversa; tale movimento, che è sublimante la parola, informa l’ontogenesi delle immagini. Ecco, proprio le immagini, virtù della poesia, riposo della parola dopo tanto sforzo per trovarsi silenziosa, “sul modello del silenzio”, diceva Celan: Wright fa vaporare le immagini, esse risultano perfettamente aderenti all’intentio del dettato: pregare, dunque, parlare per effigi, opali, segni residuali.

“Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle”: corpo e preghiera così si separano, subentra l’attenzione al vuoto, la preghiera dell’anima che avverte, nonostante il peso occidentale (quello “still”, quell’ “eppure”), il buono di questo mondo. Nella direzione della rarefazione che troviamo in questa, come in altre poesie della raccolta The branch will not break (Il ramo non si spezzerà, 1963), azzardiamo uno sguardo su Wright come illuminato epigone di George Trakl. A riguardo, l’oggetto metafisico per eccellenza di Trakl, il buio, ritorna nella nostra poesia proprio nel punto in cui essa scavalca il fenomeno, il corpo dimentica quel piangere e nel “buio buono” ritorna l’esperienza, l’erotismo nei confronti di ciò che è sostanza, “mani di donne che toccano forme di pane”.

Dopo tutto si rivela: le immagini ci sono, abitano il luogo della poesia: “sfioro foglie”.

Dopo il buio si fa totale perché “chiudo gli occhi, penso all’acqua”, subentro nella condizione del vedere.

Penso all’acqua, all’essere. Penso a niente.

federica d’amato

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