“L’AQUILA – S(C)ISMA DELL’IMMAGINE” di Renato Rizzi

“L’AQUILA – S(C)ISMA DELL’IMMAGINE”

   di Renato Rizzi

   Mimesis Edizioni, 2012

A pochi giorni dall’inaugurazione all’Aquila del Parco Auditorium progettato dall’architetto Renzo Piano, è utile focalizzare l’attenzione su di un libro uscito all’inizio del 2012, “L’Aquila – S(c)isma dell’immagine” Mimesis Edizioni, di un altro grande architetto, Renato Rizzi, che ha concentrato il proprio lavoro sugli aspetti teorici e pragmatici dell’evento terremoto, da una prospettiva d’indagine che sblocca le usuali disgiunzioni analitiche tra emergenza e ricostruzione, natura e cultura, significato e significante, caos e cosmo dell’immagine. Il volume prende le mosse e raccoglie i risultati dalle lezioni tenute dal professor Rizzi presso la facoltà di Architettura dello IUAV, a Venezia, nei corsi 2009/2010 dei laboratori di conservazione e teoria della progettazione, che hanno affrontato la ricostruzione del borgo aquilano di Bagno Grande, risultati che unitamente ad ulteriori proposte per L’Aquila ritroviamo in questi giorni in una bella mostra allestita proprio a Venezia che porta il titolo emblematico “Ricostruire il paesaggio, ricostruire il sapere”. Dunque, ancora una volta L’Aquila protagonista a causa di un antefatto che in negativo serba in sé non solo l’immediatezza di un dolore insanabile – il mercimonio della ricostruzione, l’incuria di chi ha edificato senza norme e coscienza, una città dal cuore medioevale condannata a restare per secoli cantiere a cielo aperto -, ma soprattutto lo smascheramento di un paradigma tecnico-scientifico bestiale nelle sue premesse e nei suoi esiti più scellerati. Da qui parte la felice responsabilità di questo libro: “infrangere il blocco mentale della contemporaneità, oltrepassare il paradigma dominante dell’Occidente”. Se è vero che una catastrofe naturale azzera l’esistente, in ogni sua declinazione vitale, allora è inevitabile che avvenga una tabula rasa anche a livello dell’immagine, uno scisma appunto, davanti al quale Architettura non può non chiedersi come rispondere a tale venire meno, al “come ricostruire la città nel tempo della sua sistematica ed ossessiva dissoluzione”, in rapporto all’improvviso di un evento interruttivo, disastroso, ma allo svuotamento etico-estetico in atto nel paesaggio urbano e naturalistico italiano.

Nella lettura del volume incontriamo la prima parte che consiste di dodici capitoli chiamati “immagini”, attraverso le quali l’autore convoglia l’analisi dei momenti che scandiscono la tragedia con metodo coagulante architettura, estetica e filosofia: si va dalla lucida trafila dei “numeri” di quel 6 Aprile 2009 – la durata della scossa, l’intensità, le trecentonove vittime, i feriti, gli sfollati – alle verità “dell’imprevedibile” e “dell’impotenza” con le quali Natura travolge la falsa percezione di un fondamento stabile, instaurato da quella tecnica “che ha sistematicamente annullato ogni fondamento; elevato il divenire a effige della propria dottrina; fallito paradossalmente proprio di fronte al divenire, che invece vorrebbe sostenere, guidare, dominare”. In tale sequenza vi è una gradatio che accellera l’intensità dei significati, se l’autore passa dal “pathos”, passione dell’immagine, al “solidus”, il mondo sacro e affettivo della poesia che ci regge, fino ai concetti di “ripetizione arcaica”, “anonimato dei morti”, “archetipo invisibile” e infine “l’invisibile”, il polo tensivo negativo dell’apparire del mondo, positivo nella sua accettazione finalmente liberatrice.

La seconda parte certifica la “trigonometria del nome”, Bagno Grande, mediante la messa a fuoco del luogo e delle sue doppie valenze primario/secondario, significato/significante, mentre è nella terza parte, “La forma”, che Rizzi propone: “non c’è alcuna conclusione, se non quella di ricominciare. Ma sull’intera opera da edificare aleggia ora la potenza di un’immagine […]”, il cui contenuto lasciamo che sia il lettore a conquistarlo. Conquista che si otterrà con fatica data la complessità dei temi trattati, del quadro gnoseologico all’interno del quale si svolge l’argomentazione, ma meritevole di approfondimento e cura, soprattutto da parte di chi sinora non ha ben compreso cosa è accaduto il 6 Aprile 2009 a L’Aquila, cosa potrebbe accadere di nuovo, ovunque, in qualsiasi momento.

Renato Rizzi, si laurea a Venezia nel 1977. Dopo aver collaborato per circa un decennio con Peter Eisenman, ritorna in Italia per dedicarsi all’insegnamento, alla progettazione ed alla teoria. Nel frattempo realizza il progetto vinto per il concorso per l’area sportiva di Trento. Nel 1992 gli viene assegnato il premio nazionale In/Arch e nel 2003 riceve la menzione d’onore per la Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana. Nel 2003, vince il terzo premio al concorso per la progettazione del Grand Egyptian Museum al Cairo. Attualmente è impegnato per la realizzazione del concorso vinto per il Teatro Elisabettiano a Danzica. Per Rizzi didattica, ricerca e professione sono strettamente integrate, infatti il suo impegno teorico è indirizzato a riaprire il sapere tecnico-scientifico al sapere ontologico-metafisico come indispensabile e inattuale orizzonte, per la nostra contemporaneità, di Architettura.

l’articolo è uscito con riproduzione riservata sul quotidiano Il Centro del 12 Ottobre 2012

federica d’amato

Lascia un commento