“NON SIAMO GLI ULTIMI”, intervista a Massimo Rizzante

“NON SIAMO GLI ULTIMI”

di Massimo Rizzante

Effigie Edizioni, 2009

 

Ho incontrato le parole di Massimo Rizzante in un non-luogo, il web, lì dove sempre meno mi aspetto di entrare in condivisione con un accertamento palpitante dello specifico letterario, lì dove sempre più registro lo scollamento brutale tra essere umano e parola. È stato un incontro felice, di quelli che in un lettore o critico letterario rinnovano la delizia di vivere un altrove incorruttibile, correggono la disperazione di essere gli ultimi. Da siffatta correzione – mai pacifica, accademica, retorica –, prende slancio la “critica incarnata” di Massimo Rizzante, nel libro Non siamo gli ultimi. La letteratura tra fine dell’opera e rigenerazione umana (Effigie, 2009), la cui nucleare intelligenza progressiva lo rende attuale in un modo che risulta essere inversamente proporzionale alla regressione entropica che sta vivendo l’editoria italiana. Un volume che va esplorato con attenzione dalla prima all’ultima pagina, in cui Rizzante riflette prima sulla deriva etica ed estetica del paese di Literaturistan, la “ex Repubblica delle Lettere”, i cui sudditi godono “il loro affrancamento da ogni autorità e il loro sacrosanto diritto alla letteratura”; sull’importanza delle riviste letterarie, come la parigina L’Atelier du Roman, che raccoglie l’importante eredità del “Seminario sul romanzo europeo”, diretto dal 1992 al 1997 da Milan Kundera, e che lo vede impegnato nel ruolo di redattore; sulla necessaria presa di coscienza circa l’infantilizzazione del mondo, abitata da infantosauri sempre pronti a scatti di gioventù estranei alla naturale dignità dei processi vitali, imperante giovinezza divenuta “valore estetico, un criterio di giudizio critico e un grande affare per i bilanci delle case editrici” – a proposito, ha bisogno di ulteriori commenti l’invasione in libreria da parte del popolo degli esordienti? Gli stessi che poi ci ritroviamo nella veste di critici letterari disadattati nelle terze pagine dei quotidiani nazionali… -.

Vibrano di appassionata lucidità i pensieri ne Il fiore inosservato della bellezza, secondo capitolo in cui Rizzante guida il timone del proprio “coefficiente d’attrito” con la realtà, attraverso le esperienze romanzesche e poetiche più significative del ‘900 continentale (e non solo): troviamo letture inedite di Vilhjàlmsson, Richteróva, Papadiamantis, Jaeggy, Bolaño, Onetti, Arrabal e così via, il cui fiore di bellezza è stato osservato grazie a un amore per le lingue – la loro cangiante potenza di significare tutti i meridiani -, che fa di Rizzante una traduttore radiante di culture. Forse è per tale quiddità che l’autore sigilla il suo libro con il tema dell’esilio? Altrove dove il respiro della lingua si rarefà in categorie essenziali, lo sguardo minimizza il decor e l’osservazione collega, senza più ostacoli, l’intimità della creazione al trascendente di ciò che la libertà ha seminato dentro di noi.

Ho voluto interrogare Massimo Rizzante su alcune questioni legate al testo, con la volontà limpida di imparare, da un autentico artigiano della critica letteraria europea, a riflettermi nel volto degli altri.

  1. Non siamo gli ultimi inizia in questo modo: “[…] Che cosa resta dell’arte, una volta scomparse gerarchie? L’anarchia di un potere illimitato e senza appello. Ciò che caratterizza, infatti, i sudditi del paese di Literaturistan è il loro affrancamento a ogni autorità e il loro sacrosanto diritto alla letteratura. Di conseguenza, ciascuno scorrazza nelle verdi praterie della propria differenza”. La quaestio è: chi o cosa concede ai “nano-scrittori” il diritto alla letteratura? Quale punto di non ritorno, quale deregolamentazione, quale stanchezza ha generato lo zero termico dell’attuale indecenza letteraria italiana?

In una società come la nostra, falsamente democratica, tutti hanno diritto a tutto e nessuno ha più il senso della misura. In altre parole, nessuno è disposto a riconoscere una qualche autorità al passato. Ora, senza la costante invenzione del passato, della tradizione, l’arte si riduce a una trouvaille o al bestsellerismo o al limite a grafomania. In altre parole, i giudici dell’opera diventano gli uffici commerciali delle case editrici, i manager delle scuole di scrittura o gli stessi scriventi… E, naturalmente, i lettori… Ma chi sono i lettori, oggi, se non dei collezionisti di trouvailles e bestseller? Se non, al limite, degli aspiranti allievi della Holden di Baricco, la Biancaneve della nostra letteratura contemporanea? Bisogna essere umili, e riconoscere la mediocrità. Bisogna essere generosi, e riconoscere la grandezza. Bisogna essere coraggiosi, e riconoscere i limiti della nostra provincia linguistica e letteraria. Come chiedere tanto realismo a chi vive in una fiaba?

  1. Il romanzo, nel cuore fratturato dello spirito occidentale, crede sia ancora replicabile nelle sue epiche coordinate spazio-temporali? Sempre che esso esista ancora, considerata la commistione-confusione tra i generi…

Il romanzo è nato adulto e impuro. Cioran diceva che era la «puttana» delle arti… Perciò non penso che faccia caso alle nostre speculazioni sul tempo, lo spazio, i generi… E’ in grado, lo è sempre stato, di inglobare ogni spazio, ogni tempo, ogni genere. Fin dall’inizio, fin da Rabelais, da Cervantes… Certo ci sono molti autorevoli critici italiani che frequentano le biblioteche di mezzo mondo per dirci che il romanzo è una cosa seria. Ecco qualcosa che ha del miracoloso: come non comprendere che, come ha detto una volta il mio solo maestro, Milan Kundera, «il romanzo nasce dalla risata di Dio»?

  1. In chi la incontra come inesauribile genesi di se stessi, pare che la letteratura dia più dolori che gioie, e forse proprio in questo risiede il suo carattere difficile, elitario, classico. Lei quando ha intuito la fatalità della sua vocazione alla letteratura?

Fatalità, dolore, gioia sono parole che mi piacciono, ma sono fuori corso. E forse anch’io e lei assomigliamo a quegli studenti che, incespicando in professori fin troppo zelanti, inseguono qualcosa di irrimediabilmente perduto… In ogni caso, ricordo perfettamente quando ho cominciato a scrivere. Molto presto, a nove anni. Tuttavia, non sovrastimiamo troppo gli inizi. Pensiamo, con una certa fatalità, gioia e dolore che i conti si faranno alla fine…

  1. Celan scriveva che nell’incedere infinito del discorso intorno all’arte, qualcosa ad un certo punto accade. Accade la poesia, l’angolo d’incidenza tra la pietra e le nostre date, l’evento. Vorrei chiederle della poesia, di quella che l’attraversa e di quella che nell’alterità ha attraversato, del patto che grazie ad essa ha stretto con l’umano.

Senta sulla poesia, invece di Celan, le cito Octavio Paz. Questo breve estratto fa parte del mio terzo saggio, Un dialogo infinito, non ancora pubblicato:

«A Parigi scoprii anche un altro continente immenso, l’America Latina: il suo romanzo è il più importante della seconda metà del XX secolo. All’epoca – eravamo a metà degli anni novanta – ho letto un saggio di Octavio Paz, La otra voz, quasi un testamento letterario. Paz parla della poesia come «antidoto» al mercato. Da dove viene la forza di questo «antidoto»? Per la prima volta, in modo chiaro e ineluttabile, compresi che l’opposizione tra poesia e modernità non è accidentale, ma consustanziale. Il poeta guarda al passato, a tutto il passato poetico e umano, come una casa aperta. Il suo compito è quello di integrare nel presente, di rendere contemporaneo quell’immenso patrimonio, consapevole che come scrive Paz:

Una poesia può essere moderna per i suoi temi, per il suo linguaggio, per la sua forma, ma quanto alla sua natura profonda essa esprime una voce antimoderna. La poesia esprime realtà estranee alla modernità, mondi e strati psichici che non soltanto sono antichi ma anche impermeabili ai cambiamenti storici.

Non so se siamo alla fine della modernità, già oltre, o, senza saperlo, siamo precipitati all’indietro di secoli. Quello che so è che «l’altra voce», cioè come afferma Paz, la voce che «ha mille anni, la nostra età e tuttavia non è ancora nata», quella voce che non porta il nostro nome, non deve estinguersi. A costo di assomigliare a una voce dell’oltretomba.

  1. Grazie alla lettura di Svevo e Gombrowicz, nel libro lei afferma di aver compreso l’intima immaturità dell’uomo, per ragioni di natura “ontologica”. Non crede che l’arte sia la prova più consistente di tale immaturità, molto più stringente della corsa al progresso tecnologico?

Per me Svevo e Gombrowicz hanno esplorato a fondo il pianeta dell’immaturità umana. Nessuno come loro lo ha fatto. Sono complici, sebbene abbiano vissuto in epoche diverse.

Il mio teorema è questo: più avanziamo nella tecnica più sprofondiamo nell’immaturità. E visto che il mondo sembra non avere alternative al progresso tecnologico l’umanità è condannata all’infantocrazia. L’arte, certo, è come ben sapeva Svevo, una forma di ringiovanimento, a volte mortifero. Per questo Svevo affermava che bisogna prenderla a piccole dosi. Nel suo capolavoro, Una burla riuscita, la letteratura ha la funzione di un clistere.

  1. Il linguaggio crea la trascendenza ovvero crea l’uomo. Perché mai dovremmo essere gli ultimi, se abbiamo la capacità e possibilità di negarlo?

Il titolo del mio libro non è disperato. Afferma soltanto che non siamo gli ultimi. Perciò che non siamo neppure i primi. E come tali dovremmo comportarci. Non dimenticarci del tempo e dell’eternità prima e dopo di noi.

federica d’amato

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