“Geologia di un padre” di Valerio Magrelli, una nota giornalistica

“Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato”. Potrebbe essere questa la frase che a mo’ di emblema carica in sé l’intero significato di “Geologia di un padre” (Einaudi, € 18,00), il nuovo, bellissimo libro del poeta romano Valerio Magrelli. Questa perfetta seria di illuminazioni, precipizi, ricordi e abbuiamenti, si snoda in 83 brevi capitoli in cui Magrelli-figlio ci racconta la vita di Giacinto, il Magrelli-padre, risalendo l’infuocata corrente di quella che Franco Buffoni ha definito “una prepotente storia d’amore”. Il libro porta la singolare prefazione del proprio oggetto: “L’uomo di Pofi, disegni di Giacinto Magrelli” troviamo indicato, prima che si aprano ai nostri occhi schizzi, accenni o studi di progetti architettonici, il segno nervoso, il chiaro-scuro corposo e la nostalgia di un classicismo sepolto da decenni di barbarie edilizia; è così che il figlio ci presenta il padre, non le foto non i ritratti, ma con il segno del proprio lavoro – Giacinto era architetto – e l’indicazione della sua origine, Pofi, “terricciuola” situata in provincia di Frosinone, “lontana, appollaiata fra i monti, come nelle catene abitate dalle più remote tribú Pashtun”. Dunque segno e origine, destinazione diremmo; da un lato l’identificazione totale dell’uomo-Giacinto con il suo lavoro, dall’altro l’identificazione del padre con una terra “arcaica e polverosa”, le cui nebbie caucasiche lo avvolgono in un mistero che per il figlio diventa indecifrabile, non gli resta che abbandonarvisi registrando i danni e le eredità. Lo fa entrando e uscendo da una metamorfosi mutua, tra progressive immedesimazioni o allontanamenti, di volta in volta riconoscendo come quel che per il figlio è veleno per il padre è antidoto, e viceversa, in un duello immaginario che continua a inverarsi, su queste pagine, nel “tepore postprandiale, tra l’odore di cibo e di tabacco”, la luce occidua della domenica pomeriggio, l’urlo di dolore di un Giacinto afflitto da “noia bubbonica”, nel rregressivo cuore degli anni ’60, la catastrofe “dell’urlo improvviso, il tonfo del bricco, le schegge di ceramica, gli schizzi sulla tovaglia”, insomma una tazzina di caffè che cade e l’infanzia di Valerio che si arresta ne “la voce del sangue: la fitta di chi chiama dall’interno, e chiama e chiama, finché la gente intorno si decide a ascoltarla, mentre lento si spande l’aroma del caffè”.

federica d’amato

l’articolo è uscito con riproduzione riservata sul quotidiano Il Centro del 12 febbraio 2013

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