Vittorio Sereni: il sorriso che mi tocca

sereni_giovaneDi Sereni mi ha sempre felicemente atterrito, con commozione prossima a una condizione di saggezza vegetale, quella tensione netta verso le regioni della valentia, l’afa della collina a mezzo luglio – l’affanno di un unico amore -, l’esile mito di un ramo che solo spezzandosi cresce. Vittorio Sereni è il poeta che, unitamente a Cesare Pavese, più ho amato – se così si può dire -, ma pazzamente, come una relazione che nel reale si è mossa e ha vissuto e ha conferito esaltazioni furenti, dolori, gelosie e turbamenti alle ore della mia prima giovinezza. In tutte le sue pagine – dal velocipede, dalla Luna sul lago di Luino, dalle mani-persiane, le corse senzafiato su via Scarlatti, dai barlumi spenti, il languore dell’olmo, la delirante pioggia e ancora infinita quella nevicata plurisensa di un’affezione profonda nei confronti della vita e del suo dolore -, in tutte e molte, molte altre pagine, Sereni (ricordo con dolcezza la fronte screziata di castano di Luciana, la poesia…) mi ha annunciato lo slargo di quella ferita che non si sarebbe mai più risanata. E così è, il sorriso / che se mi tocca sembra / sapere tutto di me.

 

 Madrigale a Nefertiti

 Dove sarà con chi starà il sorriso
che se mi tocca sembra
sapere tutto di me
passato futuro ma ignora il presente
se tento di dirgli quali acque
per me diventa tra palmizi e dune
e sponde smeraldine
– e lo ribalta su uno ieri
di incantamenti scorie fumo
o lo rimanda a un domani
che non m’apparterrà
e di tutt’altro se gli parlo parla?

Vittorio Sereni, da Stella Variabile, 1982

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