FENOMENOLOGIA DELLA CADUTA: LA POESIA DI MAURIZIO LANDINI

FENOMENOLOGIA DELLA CADUTA:

LA POESIA DI MAURIZIO LANDINI

(vecchia) nota di lettura su di un libro mai uscito

La stessa Gravità

ma giubilante d’una poesia al contrario riuscitissima:

primo_tempo in attesa della (nuova) nota su

“Lo Zinco”, Marco Saya Edizioni, 2012

La grâce, c’est la loi du mouvement descendant

La pesanteur et la grace

Simone Weil

Gravità è una parola i cui significati possono esser fatti rientrare in tutta quella serie di moti propri dell’animo umano che vanno scomparendo. Gravitatem, la tendenza a cadere di un corpo, la sua pesantezza, psichicamente da intendere come il suo abbandonarsi al marcatore che intimamente lo qualifica: l’esser-ci, hic et nunc. Ma anche gravitatem come capacità di essere sdegnati, tanto da incutere soggezione sia in chi riceve lo strale dello sdegno sia in chi vi assiste, e si sente fuori luogo. La stessa gravità, seconda prova poetica di Maurizio Landini, è insieme questo cadere deliberato, mercuriale, responsabile della propria pesantezza nell’inferno piatto della contemporaneità – e dell’essere – e questo sdegno, accorto sommesso ma tragico nella sua confessione di “doverle gridare, / le cose giuste. […] Tragico, / è il tempo sottovuoto, / dove le cose cadono, / con la stessa gravità”.

Una compatta struttura lirica diventa sistema laddove la trinità di sentimento logica e poesia sfiora la poetica dell’irrespirabile1. In questo orizzonte di caduta in cui tutto ha lo stesso peso, tutto diventa incredibilmente leggero, impalpabile, senza memoria, Landini, con un afflato genuinamente weiliano, muove rabdomantico le poetica della pesantezza. Il radar è quello delle proprie date, della volontà di nominazione, di un padre atleta-nuotatore, vago ormai nella vaghezza dell’Ade, che salva origina ed ascende. La Natura pare non sia mai stata così prossima a ritirarsi da se medesima come in queste poesie, in cui l’urbano golgota del centro commerciale residua, dà scampo solo ai colori dell’aperto mare, dell’aperto cielo: “non mi dimetto / dall’annusare il mare / come il mio cane / il vento dal balcone”, “a Settembre, Dio, / ha in bocca una gomma alla menta, / e passa i pomeriggi, / a dare di spatola sul cielo”.

Tale poetica non snoda solamente la propria vocazione tra il mutuo ascendere e discendere (“Io non giro, / tagliando mani / ma incollando penne / ai fogli, così // i miei quaderni / sono uccelli piumati”, “I miei giorni/ hanno gli occhi / per la pesca d’altura”), ma anche attraversa orizzontale il campo del reale nell’impatto che lo sdegno fa col suo contrario, generando e slargando lo spazio della poesia “Di me, che guardo, / ho soltanto, / sovrumani inverni / di lampade in fuga; / presente e notti, / come tele raschiate / che svelano quadri / di case a incandescenza”, “Sono felice perché / non si sta / come d’autunno / sugli alberi, le foglie; anzi è Ottobre primaverile”, “L’Europa, / è stata rasa al suolo / […] Intorno, / è un pavimento lucido / di tramonti pubblicitari / e piatti sofisticati”.

L’ambienza bugiarda del reale è riportata con registro colloquiale, in cui il “tu” – così ingombrante nella prima raccolta, Permanenze lontane – qui si contrae nel gesto d’appello che l’io fa a se stesso, ed è un gesto di memoria, di promessa incerta sul proprio colloquiare: un soliloquio abitato da croci. Il tono prosastico, che si intuisce di matrice idiolettica, non è esente dai fenomeni tipici del parlato, come ad esempio le dislocazioni sintattiche e l’uso pleonastico del complemento. E questo abbassamento permette a Landini di parlare di tutto, con immagini di una potenza la cui icasticità risiede nel riduzionismo che gli risulta proprio e noi crediamo essere cifra specifica, quella di “confezionare scatole di fiammiferi che contengano tronchi”. Ancora una volta la contrazione, il contegno-sdegno, la miniaturizzazione del mondo come etica, unica via percorribile il ridurre tutto alle coordinate del proprio sguardo, nella direzione gnoseologica della più valida poesia gnomica.

Il tema portante della raccolta risulta essere, per chi scrive, quel “fiore che una sola volta / fiorisce / ma fiorisce come nient’altro fiorisce / fiorisce appena lo vuole, / non fiorisce nel tempo2. La morte, l’annullamento fisico, lo zero psichico.

Questa seconda raccolta di Maurizio Landini, ben più matura e gravida di importanti sviluppi rispetto alla prima, andrebbe letta e accolta come compagna dei giorni nuovi per il suo tenace, dilaniante, sdegnoso interrogare la morte, che è in ultima analisi ciò che precipuamente l’uomo fa attraverso il linguaggio: interrogare la trascendenza, humanum in pectus templumque mentis3. E forse, in chiosa, non è fuori luogo andare a rileggere Celan4 per illuminare la ricerca poetica di Landini, basculatoria sulla doppia pista di Tempo e Storia.

Tempo e storia significa interrogarsi su natura e destino della poesia, ovvero porre in essere, mai determinata mai conclusa mai riposante, la direzione della mia poesia, dal particolare angolo d’incidenza che la mia mano forma su di un foglio assoluto, palinsesto inesauribile della mie date.

La poesia che pure necessariamente percorre il sentiero dell’arte, pone quest’ultima in radicale discussione, perché, sebbene sia l’arte un problema antichissimo ed eterno, la sua significazione, la sua luce meridiana sul reale – che tenta domande al reale – scaturisce solo e soltanto dall’irruzione della storia umana in un tempo, in un’immanenza nauseante di sartriana memoria, e ritma l’intimo umanesimo di una vera presenza5.

E la poesia oggi – soprattutto oggi o forse solo oggi? – è questo senso personificato del poeta, questo colloquio, questo non più “perché o dove i poeti, ma come i poeti”, questo scatto creaturale che dà respiro al linguaggio nella catarsi penultimativa dal “vero come morte intera6. Un respiro che volge nella direzione del silenzio della terra, laddove a Landini “[…] piace pensare / che le radici dell’Europa / siano fatte anche dei poeti / che abbiamo sepolto // in fretta e furia: / le loro penne / tengono la terra / e quanto ci sta sopra; // passano fiumi di fango e pianto / ma se ascoltiamo, / là sotto, / si muovono ancora”.

 federica d’amato

1Ved. Cesare Pavese, il Mestiere di vivere

2Ved. Paul Celan, Conseguito silenzio.

3“Ai cuori degli uomini e ai recessi della mente”, Ved. Lucrezio, De rerum natura.

4Si allude allo Celan del Der Meridian, conosciuto in Italia in La verità della poesia.

5Si allude allo Steiner (G.) di Vere Presenze

6Ved. Amelia Rosselli, Poesie

 

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