DIECI POSSIBILI RAGIONI DELLA TRISTEZZA DEL PENSIERO – Una lettura

DIECI POSSIBILI RAGIONI DELLA TRISTEZZA DEL PENSIERO

di GEORGE STEINER

Garzanti 2007

Una lettura

[…] perché non si può conoscere ciò che non è (non è

possibile farlo) e non se ne può parlare”

Parmenide1

[…] Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente, e su ciò,

di cui non si può parlare, si deve tacere”

L. Wittgenstein2

Questo libro ha come premessa uno scacco, una colpa, una soglia invalicabile: pensare il pensiero, che è come dire linguificare il linguaggio, in quella impresa che Wittgenstein definiva fallace e nociva, affermando per quanto riguarda il simbolismo logico che la proposizione non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve avere in comune per poterla rappresentare – la forma logica. Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la proposizione fuori della logica, ossia fuori del mondo3 -, per poter pensare il pensiero noi dovremmo situarci fuori dal pensiero, risanare il cortocircuito gnoseologico che sostanzia la nostra tristitia. Steiner lo premette chiaramente, argomentando il carattere di possibilità del proprio decalogo, tentativo incerto di se medesimo di puntellare con ipotesi autoreferenziali le ragioni di una tautologia senza fine. E accetta la sfida sinaptica inaugurando l’opera con Schelling, dal cui passo citato l’autore sembra attingere parole-chiave, veri e propri nuclei semantici intorno ai quali saldare l’argomentazione:

Questa è la tristezza connessa ad ogni vita finita […] essa però non arriva mai a realizzarsi, e serve soltanto all’eterna gioia del trionfo. Donde il velo di tristezza, che si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita.

Solo nella personalità è la vita: e ogni personalità riposa su un fondamento oscuro, che deve quindi essere anche il fondamento della conoscenza”4

Ognuno di noi preme il proprio incedere nei giorni contro il conosciuto, il di-svelato, il concepibile visibile. E invece noi si poggia su di un fondamento oscuro che ci chiama, potere del messaggio trascendente, ci chiama attraverso l’imprevisto, l’accidente, la dispersione irrazionale, la maglia della rete che non tiene, il non protetto, l’inoperoso «del venire all’essere dell’essere»5, ed è da questa intuizione “una stessa cosa, intuire e essere”6, che lo specifico umano edifica il crollo della propria personalità. Una coincidenza che Steiner associ l’insopprimibile malinconia di ogni vita al nostro permanere nell’equazione parmenidea del pensiero con l’essere?7 Dunque indicibile – indicibile con una sfumatura di matrice eleusina8 – è la ragione prima della tristezza del pensiero: un’associazione ardita di chi scrive con ciò che è l’ineffabile9 in Wittgenstein, il reagente che struttura l’uomo come eterno atleta in Sloterdijk10 o la cura di sé come greca epimeleia heautou11 in Foucault12.

Non casuale si ipotizza la scelta del numero dieci. Decimale è il sistema di numerazione più utilizzato al mondo, con specifica valenza esoterica (ved. Cabala13), numero fondamentale per i Pitagorici informante il sacro Tetratkys, ma soprattutto con le mani dieci dita portiamo a sorreggere il nostro capo bruciante di dolore, proprio quando ci tormentano le dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero:

  1. Schwermut, pesantezza dell’animo”14

Il pensare non ha limiti e tale illimitatezza non ha nulla a che vedere con la realtà: possiamo pensare qualsiasi cosa a dispetto di ciò che c’è fuori – ma cosa c’è fuori se noi non possiamo uscire dal pensiero?

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile”

Il pensare è incontrollabile, pervasivo, situato nella nostra stessa percezione di presenza sensibile, non linguificabile e allo stesso tempo tanto incontrollato quanto corruttibile da un qualsiasi impulso proveniente dall’esterno. Questa frustrante dispersione connaturata al pensiero sembra essere anche un meccanismo di feed-back che tutela l’efficienza delle nostre facoltà cerebrali.

  1. anklebende Traurigkeit, tristezza connessa ad ogni vita finita”

Se è paradigmatico, oltre che parmenideo, che l’essere coincida con il pensiero, allora la nostra personalità non può che fondarsi sull’autoappercezione del pensare, un autodeterminarsi attraverso un certo modo di condurre il pensiero che è sì proprietà inalienabile, ma allo stesso tempo ci aliena l’uno rispetto all’altro, con una fatalità tale che «nessun altro può assumere la mia morte. Posso morire con, ma mai “per” l’altro»15. Un paradosso animato dalla banalità di un pensare che è allo stesso tempo unicum, in quanto ci definisce come individui, e un «luogo comune moltiplicato per miliardi»: i nostri pensieri sono pensati, in quanto essere umani, da tutti! Ciò si riversa nel linguaggio e nell’uso che se ne fa: lo stile farà il poeta, non il contenuto.

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile II16

L’autonomia del pensare rispetto alla totalità del reale non ammette principio di verificabilità, punto archimedeo che ci dica come stanno veramente le cose; così, a dispetto di tutta la fatica del pensiero occidentale dagli albori ad oggi, la verità come riposo dell’essere non può essere raggiunta, in alcun modo, bensì qualsiasi tentativo disinteressato di protendere ad essa, dalla religione alle scienze applicate, sarà sempre un giungere penultimativo. Radiografia di questo irriducibile iato è il nostro uso del linguaggio che, proprio nel momento in cui il pensare tenta di performarlo alla propria sete di verità, esso sbanda, si ribella, deraglia glorioso verso le meraviglie della finzione.

  1. dunkler Grund, fondamento oscuro”

Non vi è nulla di così anti-economico come il pensare: il pensiero non si interrompe mai, nel suo farsi e disfarsi abbiamo l’impressione di un impiego di energia corporea, spirituale?, che non ha pari con nessun altra attività. Lo spreco regna sovrano, decadendo senza soluzione di continuità verso l’oblio, irrecuperabile. Porre dei limiti, una direzione al pensiero è impossibile, se non nella misura in cui chi opera tale indirizzamento non di venga un tiranno17.

  1. Ursache, fonte di tristezza”

Pensare è l’atto autoreferenziale che ci distingue in quanto essere umani da tutte le altre specie viventi, ma tale autoreferenzialità gira a vuoto nel rapporto tra atto e potenza: cosa fa accadere immediatamente il pensiero se non solo se stesso? «Solo Dio, come pretendono i teologi, non conosce alcuno iato tra pensiero e conseguenza»18. La relazione che postuliamo tra un pensare accurato tale da rendere un’azione conforme alle nostre intenzioni è ciò che ci salva dalla pazzia; in realtà «gli atti di pensiero sembrano seguire esecuzioni spontanee, non meditate, che poi il pensiero interpreta e “si figura” al tempo passato». Riguardo a questa possibile ragione Steiner cita il Wittgenstein del Tractatus, quando il filosofo viennese affida la parte più importante del suo lavoro alla parte non scritta. La speranza, palpitante nelle grammatiche degli ottativi, dei congiuntivi e dei futuri, sarebbe il frutto di questa insopportabile separazione tra pensiero ed esperienza.

  1. Schleier der Schwermut, velo di pesantezza dell’animo”

Nonostante la pervasività del pensare, esso non può in alcun modo accedere ad una realtà certa, se non attraverso un pensare che in modo ineluttabile premedita, un «vetro, che sia quello di una finestra o quello di uno specchio, mai immacolato»19; il sudore filosofico, scientifico di secoli non ha aggiunto nulla a tale consapevolezza, piuttosto è possibile che abbia invernalizzato lo scacco nelle novissime sacche dell’indulgenza tecnocratica. La tristitia del poeta potrebbe derivare dall’impossibilità di detergere questo vetro.

  1. Un’ottava ragione di dispiacere

Il velo di pesantezza diviene ineludibile “opacità” quando due essere pensati si incontrano: come intuire, infatti, i pensieri dell’altro? Tale distanza nutre la frustrazione degli amanti20, mutuamente estranei persino nei momenti di estrema intimità «Non sapremo mai quale profonda disattenzione, assenza, repulsione o immagine alternativa decostruisce il testo palese dell’erotico»21; paradossalmente il pensare si tradisce maggiormente nelle «esplosioni di energia scatenata e condensata quali l’odio, il riso spontaneo, l’ira».

  1. Melancholie, melanconia”

Nonostante l’intensità con la quale ognuno espone il proprio pensare, dal grande filosofo al più fine letterato, scienziato sino a giungere al bambino o alla casalinga, siamo tutti pensatori; dovremmo pensare ad un come pensare, ma questo è un assurdo che ci riporta all’incipit della presente lettura. Il grande pensiero in senso montaliano è dei pochi, rispetto a questa ristretta cerchia non vi è nessuna possibilità di salvaguardia o tantomeno di promozione, oggi che la barbarie politica si arroga il diritto di giudicare ogni manifestazione dell’umano in senso democratico: può l’inedito, l’originale accordarsi con i programmi scolastici ministeriali? «Non c’è alcuna chiave pedagogica per dischiudere la creatività»22.

  1. eine dem Leben anklebende Traurigkeit, la tristezza aderente ad ogni vita, al decuplo”23

La decima ragione non può che essere conclusiva, ovvero la più articolata verso aperture di senso che Steiner propone come veri e propri interrogativi a tutta la cultura occidentale e lo fa con lo stile e le tematiche che gli sono proprie: la speculazione filosofica sull’essere, il vuoto di senso, lo scollamento tra logos e mythos, la morte, la questione di Dio, la scommessa del linguaggio sulla trascendenza, il problema del declino della lettura/scrittura negli affari pubblici della contemporaneità24. Tutte queste argomentazioni come focalizzano il fondamento oscuro da cui origina la sfida e insieme il fallimento del pensiero? Non è dato saperlo in via definitiva, ce lo dice chiaramente «In ultima analisi, comunque, non andiamo da nessuna parte»25; il frutto di ogni riflessione, anche e soprattutto scientifica,26 sulle questioni cruciali della nostra presenza pensante nell’universo non fa altro che sfociare in “verbosità”, non produce alcuna prova. L’unico medium che rende compartecipe in un pathos non mediato mondo e pensiero, è la musica – marcatore cruciale della gnosi steineriana -, pre-verbale willkommendi come «la padronanza del pensiero, della velocità perturbante del pensiero esalta l’uomo al di sopra di tutti gli esseri viventi. Ma lo lascia straniero a sé stesso e all’enormità del mondo».

Nella lettura, sì come propone il volumetto di Steiner, si è voluto seminare incertezza, illuminare un tremendo paradosso che intimamente ci appartiene, confondere i riferimenti di lettura, sebbene in epigrafe siano stati posti a tutela coloro, certo insieme ad altri, che hanno formalizzato-smascherato le gabbie dell’essere e del pensiero, in chiave ontologica Parmenide, in chiave gnoseologica Wittgenstein.

L’essere ed il pensiero, in quest’opera di raro acume intellettuale, risultano ancora una volta impredicabili, relegando qualsiasi comprensione del loro porsi come immediatezza extrarappresentativa27 in un’unica direzione – in chi ne abbia attraversato la disperazione: quella di un autentico Lebensreform28.

Il lettore, soprattutto il lettore scandalizzato dalle divagazioni di chi scrive, credo trarrà giovamento da tali errori: “fallire di nuovo, fallire meglio” non è forse il consiglio che lo stesso Steiner, citando Beckett, indica come via di emancipazione dalla tristezza del pensiero?

Federica D’Amato

1Tratto da Le parole dei Sapienti, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, Milano, 2010

2Tratto da L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino, 2009

3Ved. Tractatus, Introduzione

4Tratto da F.W.J. Schelling, Scritti sulla filosofia, la religione, la libertà, a cura di Luigi Pareyson, Mursia, Milano 1974

5Ved. Steiner, p.11 nel testo

6Cit. Parmenide, p.120

7“Si sente di continuo ripetere l’osservazione che la filosofia non fa mai un vero progresso, che ancora ci occupiamo degli stessi problemi filosofici di cui già si occupavano i greci. Chi dice questo non capisce però la ragione per cui così deve essere. La ragione è che il nostro linguaggio è rimasto lo stesso e ci seduce di continuo verso gli stessi interrogativi. Finché vi sarà un verbo “essere” che sembra funzionare come “mangiare” e “bere” […], finché si continuerà a parlare di uno scorrere del tempo e di un estendersi dello spazio […] gli uomini seguiteranno ad imbattersi nelle stesse enigmatiche difficoltà e continueranno a guardare fisso qualcosa che nessuna spiegazione sembra poter eliminare. E questo soddisfa del resto un anelito al trascendente, perché, credendo di vedere i “limiti dell’intelletto umano”, gli uomini credono naturalmente di poter vedere al di là di esso – 1931”, in Ludwig Wittgenstein, Pensieri Diversi, pag. 41, Adelphi, Milano 2001

8Giorgio Agamben, Monica Ferrando, La ragazza indicibile – Mito e mistero di Kore, Milano, Electa, 2010

9“(6.44)Non come il mondo è, è il mistico, ma che esso è”, Tractatus

10“[…] L’uomo produce l’uomo attraverso una vita di esercizi”, tratto da Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010

11“cura di se stessi”

12Ved. Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2003

13Steiner ha origini ebraiche

14All’esposizione semplificata che qui è data di ogni “possibile ragione” , l’incipit cita lo stesso Steiner che fa terminare ogni prova con le parole-chiave del testo di Schelling

15Ved. Steiner, p.28 nel testo e a seguire

16“II” mio, per indicare che la frase in tedesco nel testo ricorre per la seconda volta uguale

17Wittgenstein nel Tractatus pone infatti limite non al pensiero ma all’espressione dei pensieri (Ved. Introduzione)

18Ved. Steiner, p.50 nel testo e a seguire

19Ved. Steiner, p. 59 nel testo e a seguire

20Ved. Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino, 2001

21Ved. Steiner, p. 65 nel testo e a seguire

22Ved. Steiner, p. 74 nel testo e a seguire

23Steiner nel testo fa una specie di gioco con la parola “tristezza”, infatti «Tristezza, eine Leben anklebende Traurigkeit, al decuplo». Ho deciso di tradurlo nel modo più comprensibile al lettore italiano.

24Imprescindibile George Steiner, Vere Presenze, Garzanti, Milano, 1992

25Ved. Steiner, p. 83 nel testo e a seguire

26“(6.52) Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora nessupre sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta”, tratto dal Tractatus

27Cit. Angelo Tonelli in Parmenide, pag. 97

28“Movimento per la riforma della vita”

 

 

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