IL CICLO DELLA COLPA – “Il conformismo tragico del giovane Gennariello”

Pasolini, Lettere luterane (il progresso come falso progresso)

Nota di lettura (svagata) in occasione della giornata di studi pasoliniani tenutasi presso l’Istituto Italiano di Cultura della città di Praga

25-27 ottobre 2012.

IL CICLO DELLA COLPA

“Il conformismo tragico del giovane Gennariello”

Nella riflessione filosofica e spirituale delle Lettere Luterane1, PPP2 rintraccia i prodromi di quanto sarebbe accaduto antropologicamente in Italia, in special modo le tematiche fondamentali intorno alle quali si sarebbero poi concentrati gli indirizzi di studio filosofico e sociologico riguardanti la cosiddetta Kulturkritik. Tant’è che nella seguente lettura – ondivaga, quasi svagata e tesa a macinare certezze – non si potrà fare a meno di focalizzare il processo di deriva culturale delineato, ricorrendo all’ausilio di due autorevoli pensatori italiani del nostro tempo, Mario Perniola e Giorgio Agamben.

Tale schianto antropologico non può fare a meno di inverare i propri effetti su di uno specifico anagrafico, che è quello della giovinezza, periodo della vita di un essere umano in cui si diventa tragicamente ciò che si è. Pasolini lo sa bene, come lo sapeva bene anche Pavese: sa che nell’evo nichilista e capitalista si diventa ciò che si è solo conformandosi a dei modelli estranei ed estranianti, e lo si fa in un modo che ha del tragico, perché la merce – sostituita all’amore nella prassi educativa (ricordiamo che Pasolini scrive: “Le nevrosi che causano le «regressioni» più terribili e incurabili sono dovute proprio a questo sentimento primo, di non essere accolti nel mondo con amore”)–, la merce, si scriveva, conduce fatalmente l’individuo ad una catarsi che sfocia nella tecnica, ovvero nella perenne irrelazione del mondo, nel consumo vertiginoso della propria vita.

Si è analizzato il “falso progresso”, smascherato nelle LL, individuando una sorta di ciclo della colpa, che certifica la propria falsità attraverso il carattere autoreferenziale (capitalistico), stagnando sistematicamente su se stesso.

Il “ciclo della colpa” dovrebbe mutare in tal guisa:

  1. LA COLPA DEI PADRI >

  2. L’ABOLIZIONE DELL’ESPERIENZA >

  3. INCAPACITA’ DEI GIOVANI DI SGRAVARSENE >

  4. CONDANNA PASOLINIANA DEL CONFORMISMO > <

  1. LA COLPA DEI PADRI

 Le LL iniziano con queste parole: “Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri” 3;

In cosa risiede questa colpa? “Nel loro essere detentori e/o eredi del potere paleocapitalistico (clerico-fascista)4, “Nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese5;

I figli ereditano la colpa, aggravandola in modo irrimediabile, attirando il giudizio di condanna di PPP. Come? I figli non possono-non sanno-non vogliono liberarsi dalle colpe dei padri, ed è per questo che sono infelici: “E non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità6; – sentenzia amaramente il poeta.

Si potrebbe iniziare dalla colpa dei padri ed approfondirla, grazie a Mario Perniola, che individua nelle premesse e nelle conclusioni di quanto avvenuto nel ’68, nel Maggio francese, proprio quella “colpa” che tentiamo di definire.

Tutto parte dall’«Impossible et pourtant là!», “dall’impossibile eppure reale” sessantottino, la celebre espressione dello scrittore Georges Bataille.

Scrive Perniola:

Di fronte ad eventi come il Maggio francese del 1968, la Rivoluzione iraniana del 1979, la caduta del muro di Berlino del 1989 e l’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, nei confronti dei quali tutti hanno esclamato: “Impossibile, eppure reale!”, questi fatti hanno avuto grandissime conseguenze su tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva, destabilizzando radicalmente le istituzioni, i costumi sessuali e il modo di sentire di intere generazioni. È nato un nuovo regime di storicità, caratterizzato dall’esperienza di fenomeni che sono vissuti ora come miracoli e ora come traumi, perché sembrano inaccessibili ad una spiegazione razionale e ad una narrazione coerente. Ci è stata tolta la possibilità di essere “seri”, cioè di essere coinvolti in vere lotte per la vita e per la morte (come avveniva nelle generazioni precedenti)”

Non dimentichiamoci che Pasolini vedeva nei giovani marxisti del ’68 “qualcosa di livido e di risentito, quello speciale e tipico sadomasochismo potenzialmente criminale di borghesi in lotta per la successione”, afferma lucidamente Alfonso Berardinelli7

Il fenomeno di puerilizzazione del mondo descritto da Perniola è stato favorito in modo strutturale (e non sovrastrutturale) dalla “comunicazione”! E qui, il salto alla proposta di abolizione della televisione proposta da Pasolini, risulta naturale. All’insegna della comunicazione abbiamo maturato un’epoca in cui ogni azione è diventata impossibile, ovvero l’esperienza – di cui più avanti, grazie al ricorso alle riflessioni di Giorgio Agamben, si tratterà in modo ancor più stringente –, scompare dall’orizzonte del mondo, scompare nella verticalità artificiosa della comunicazione, anzi si potrebbe dire che scompare l’orizzonte del mondo medesimo.

Ne consegue l’impossibilità di rielaborare e di dare un senso ad accadimenti di tal sorta, ossia di inserirli in un discorso, in una narrazione.

Da qui il regime di storicità tirannizzato da un eterno presente; il presentismo diventa la legge del regime di storicità della comunicazione; al venir meno del passato segue il venir meno della narrazione, ergo inaccessibilità all’esperienza! A proposito, pensando a Petrolio, con esso PPP si avviava a produrre l’ultimo vero romanzo italiano, perché epico, prima dello sfacelo dell’attuale situazione letteraria, dove il romanzo letteralmente non esiste.

Alla “colpa dei padri” vi è da aggiungere l’incomunicabilità profonda tra le generazioni preindustriali e paleoconsumistiche e quelle pienamente consumistiche, poiché in questo salto culturale mutano gli oggetti che informano l’immaginario dei piccolo-borghesi, dunque muta irrimediabilmente il linguaggio profondo che gli essere umani intrattengono con la realtà, donde l’impossibilità di parlarsi e comprendersi.

  1. L’ABOLIZIONE DELL’ESPERIENZA

La seconda fase del “ciclo della colpa” è l’abolizione dell’esperienza, tipicamente post-sessantottina.

Scrive PPP nelle LL: “Le cose si sono aggravate dal ’68 in poi. Perché da una parte il conformismo, diciamo così, ufficiale, nazionale, quello del sistema, è divenuto infinitamente più conformistico dal momento che il potere è divenuto un potere consumistico, quindi infinitamente più efficace – nell’imporre la propria volontà – che qualsiasi altro precedente al mondo8;

Quanto afferma PPP è l’avvento gnoseologico dei fatti; dal punto di vista ontologico, dunque primario, la deriva è descritta sapientemente da Giorgio Agamben in Infanzia e Storia9:

Ogni discorso sull’esperienza deve oggi partire dalla constatazione che essa non è più qualcosa che ci sia ancora dato di fare, poiché, così come è stato privato della sua biografia [la memoria delle proprie date, direbbe il poeta Paul Celan], l’uomo contemporaneo è stato espropriato della sua esperienza: anzi, l’incapacità di fare e trasmettere esperienze è, forse, uno dei pochi dati certi di cui egli disponga su se stesso… E’ questa incapacità di tradursi in esperienza che rende oggi insopportabile – come mai in passato – l’esistenza quotidiana. L’esperienza, addensante d’autorità, ha il suo necessario correlato non nella conoscenza, ma proprio nell’autorità, cioè nella parole e nel racconto, e oggi nessuno sembra più disporre di autorità sufficiente a garantire un’esperienza e, se ne dispone, non è nemmeno sfiorato dall’idea di allegare in un’esperienza il fondamento della propria autorità […] Il che non significa che oggi non vi siano più esperienze. Ma esse si compiono fuori dall’uomo. E curiosamente l’uomo le sta a guardare con sollievo”.

L’uomo guarda con sollievo perché è esentato dal dovere di tentare, provare (ricordiamo che l’etimo radicale di “esperienza” è ex-pèrior, provare, tentare appunto). Dunque sclerotizzazione della cultura (che in Pasolini è “putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica”), è vigore post-prometeico, excessus mentis dell’inesprimibile che si converte in inesperibile, ovvero la pura potenza del soggetto che gira a vuoto.

Quale sintomo più emblematico delle tossicomanie, a soccorrerci?

Scrive PPP: “La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura”, cui gli risponde a favore, idealmente Agamben: “Anche l’odierna tossicomania di massa dev’essere vista nella prospettiva di questa distruzione dell’esperienza. Poiché ciò che differenzia i nuovi drogati dagli intellettuali che scoprirono la droga nel XIX secolo, è che questi ultimi potevano ancora illudersi di star compiendo una nuova esperienza, mentre per i primi si tratta ormai soltanto di sbarazzarsi di ogni esperienza”.

Siamo dunque sulla via di un’accumulazione privativa.

La fine dell’esperienza per PPP è soprattutto fine dell’artigianato, quando, parlando a Gennariello della tirannia pedagogica della cose, evidenzia la differenza esistente tra gli oggetti con origine e destinazione umana, fatti appunto dalle mani dell’uomo, da artigiani, e gli oggetti nuovi, industriali, desemantizzati dall’umano10.

  1. INCAPACITA’ DEI GIOVANI DI SGRAVARSENE

La terza fase del ciclo della colpa consiste nell’infelicità dei giovani, nella loro incapacità di sgravarsi non solo dalla colpa dei padri, ma maggiormente sgravarsi dall’incapacità di esperire, capacità cui la giovinezza è per definizione vocata; l’incapacità terribile di semantizzare con prospettive autentiche i segni del mondo:

I ragazzi sono conformisti due volte perché sacrificano se stessi e contemporaneamente i proprii coetanei all’altare del conformismo; inconsciamente sostituiscono al loro vero compito, quello di essere liberi, la “violenza allo stato puro” della coazione a ripetere le colpe da cui sono stati generati;

Scrive PPP: “Il loro conformismo è acquisito di peso dal mondo degli adulti. Ma tuttavia essi hanno sempre qualcosa di nuovo, rispetto agli adulti. Essi, cioè, vivono esistenzialmente valori nuovi rispetto a quelli vissuti e codificati dagli adulti. E’ in ciò che consiste la loro forza11; e ancora, “Il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo […]. Vivono, ma dovrebbero essere morti”.

In ciò consiste anche l’impressionante accelerazione che compie la società verso la sua regressione allo stato puerile: i giovani, infatti, vivendo valori nuovi, non solo diventano maestri gli uni rispetto agli altri, ma anche maestri nei confronti degli stessi adulti, che dormono dolcemente nel mare tranquillitatis del “non-più-esperibile”.

  1. CONDANNA PASOLINIANA DEL CONFORMISMO

La quarta ed ultima fase del ciclo della colpa è tautologica: parliamo della condanna al conformismo dei giovani che PPP muove loro; la si intende tautologica e retorica, dunque inutile, perché PPP sa come andrà a finire, sa che per Gennariello e tutti gli scugnizzi a venire, non c’è scampo. A riguardo, chi scrive è convinto che la figura di Gennariello all’interno delle LL sia un fittizio funzionale, che PPP crea e sceglie non solo per avere la possibilità di parlare, ma per essere disperatamente ascoltato da se stesso.

La colpa dei padri, ormai divenuta autonoma colpa dei figli, lascia campo libero all’unica grandezza del capitalismo: quello di eternarsi (o rigenerarsi di continuo);

La registrazione del doppio conformismo giovanile sfocia in una denuncia: la cultura estetica ha definitivamente abbandonato il mondo occidentale, e il segno inequivocabile di tale abbandono è la mostruosità dei giovani: “I figli che ci circondando, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante e, quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica. Oppure sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà”. 12

E infine, si giunge alla tragicità di questo ciclo.

Il conformismo anestetico al quale Gennariello è condannato è tragico perché tragico è un ambiente in cui il “fondamento oscuro” di Schelling non è più riconosciuto volontariamente, e con esso la possibilità dell’azione; ciò avviene soprattutto dagli anni ‘90 in poi, ad esempio, con l’eliminazione degli outsiders, attraverso il loro completo inglobamento in quello che è stato definito “trionfo del conformismo”. Rilanciando l’espressione, PPP vede il conformismo dei giovani come l’unico gesto tragico possibile nell’epoca del post-umano poiché, conformarsi di necessità ad un’assenza strutturale, paradigmatica, che è quella dell’esperienza, comporta la fatale rinuncia alla scelta dell’essere, di prendersi in carico, la negazione della vita attiva come cura e reale progresso: “Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri”, ripetiamo rinnovando il ciclo della colpa. PPP vive come una tragedia personale tutto questo. Chi beneficia della catarsi di siffatta tragedia, come si diceva sopra, è proprio il capitalismo; il gesto tragico descritto è un gesto indotto dall’orizzonte di senso all’interno del quale viene consumato, che è appunto quello capitalistico, che ha bisogno di un tal genere di pasto per perpetuarsi. Dunque, se è tragico il gesto che mira a creare una tensione con la divinità, è inevitabile che il giovane vada a schiantarsi con una divinità capitalistica.

Inevitabile che ci si sacrifichi schiantati su di un altare suburbano, subpaterno, subprime.

 federica d’amato

1Lettere luterane, Pier Paolo Pasolini, Einaudi, Torino, 1976 (D’ora in avanti nel testo “LL”)

2D’ora in avanti nel testo “PPP”

3 p. 5, in LL

4 p.28, in LL

5 p.12, in LL

6 p.10, in LL

7Lettere luterane, Pier Paolo Pasolini, a cura di Alfonso Berardinelli, Garzanti, Milano, 2009

8p.21, in LL

9Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Einaudi, Torino, 1979

10Cfr. L’origine dell’opera d’arte, martin Heidegger, a cura di Zaccaria e De Gennaro, Marinotti, 2000

11p.54, in LL

12 p.7, in LL

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