“ESSERE VIVA FINO ALLO SCORTICO” intervista inedita a Mariangela Gualtieri

Intervista a Mariangela Gualtieri (di Federica D’Amato)

in occasione dell’incontro

ESSERE VIVA FINO ALLO SCORTICO”

Il sottobosco poetico di Mariangela Gualtieri ed altri ragionamenti

all’interno del ciclo di letture “Vere presenze: letture da una resistenza”.

Ricordo che un nuovo incontro sulla poesia della Gualtieri si terrà domenica 17 novembre alle ore 17.30 presso la libreria Qui Abruzzo (via de Amicis 1-5, Pescara).

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  1. Il suo primo ricordo d’infanzia.

Mentre guardavo un’amica allattare, mi sono ricordata di quando ero io la lattante, o meglio, chiudendo gli occhi, sono caduta fra le braccia della mia mamma ed ho avuto l’esatto ricordo di me che succhiavo. Sono ovviamente scoppiata a piangere.

  1. Da dove prende muove il rapporto viscerale che la sua poesia intrattiene con quella di Amelia Rosselli, che in Fuoco Centrale lei dichiara aver “tenuto in braccio”?

Ho letto i versi di Amelia Rosselli una prima volta molti anni fa e ne sono rimasta fuori. Poi una ventina di anni fa l’ho riletta e l’impressione che ne ho avuto è stata di averle scritte io quelle parole, tanto le sentivo calzanti, tanto mi emozionavano e scuotevano. Tanto mi educavano alla libertà e alla pienezza. Il perché si nasconde, non lo so. Riguarda il mistero dell’empatia, della simpatia e del pathos in genere.

  1. Nella vita della sua poesia lei emigra dalla complessità del buio (quel potente “non sapere”) al pieno vegetale ed animale della gioia, come in Bestia di Gioia. Sembra che sia stata il “radiosonda” della poesia ad aprirle tale gioia, a farla uscire dall’impasse terrestre per risolversi in un canto vocato alla bellezza cosmica. È così?

Io credo sia la natura ad insegnarci la gioia. So che la parola Natura dà luogo a molti sommari malintesi. Io stessa credevo di sapere cosa fosse la natura, ma solo adesso che abito in campagna posso dire di cominciare a saperne qualcosa, solo adesso che vivo dentro un paesaggio che la natura crea e modifica continuamente. So che avvengono segreti accordi fra qualcosa che “in me è più vecchio di me” e tutto ciò che qui mi circonda. Posso dire che in me la gioia comincia dalla leggerezza del corpo ed anche da una mente capace di spensierarsi. La poesia mi fa conoscere la gioia dell’espressione, di fare da antenna fra questo mondo e qualcosa che lo trascende.

  1. Lei ha più volte descritto il poetico come “sacro”, “sottile”, “senile”. Una linea semantica ascendente che sembra tendere all’ineffabile, al silenzio. Forse la sua poesia è fatta di silenzio, non altro…

La parola ‘poetico’ andrebbe precisata. Spesso si definisce poetico qualcosa che è solo l’involucro vuoto della poesia. Sì, la poesia, rifacendomi a Petrarca, è per me sacra scrittura, dove il termine sacro rilancia verso qualcosa che sta prima della ragione, nell’indifferenziato e nulla ha a che vedere col termine “santo”. Ed è certamente una parola esperta di sottigliezza, perché penso che tutto ciò che riguarda il trascendente si manifesta a noi spesso nella sottigliezza. Non credo di avere usato il termine “senile”, ma chissà. Certo invece la parola poetica è secondo me anche il silenzio che la precede e che la segue. (Nell’affermare questo mi rifaccio ai testi sacri della tradizione induista che dicono la stessa cosa parlando della sacra sillaba OM). Nella cronaca, nell’informazione, nei talk show televisivi non esiste silenzio, e quando c’è, quando capita qualche secondo di silenzio si prova un immediato disagio, il senso di un errore intollerabile. La poesia è invece fatta di parole e di silenzio, silenzio fra le parole e silenzio da cui quelle parole sono sgorgate – e potrei anche dire silenzio dentro la parola stessa.

  1. Lei menziona costantemente “i suoi maestri immensi”, e nel dettato con essi danza, in un vero e proprio rapporto d’amore. È per lei, la poesia, un amare una certa tradizione?

Milo De Angelis, poeta che amo e che enumero fra i miei maestri, dice che forse l’amore è continuare il discorso di un altro. Qualcuno nei secoli ha ragionato in noi. Qualcuno ci ha consegnato manciate di parole che ci hanno fatto crescere, ci hanno maturati nella comprensione e nella compassione. Come si può non provare un amore grato? Io li penso, questi cari maestri, come coetanei che mi hanno preceduto. e siccome l’adolescenza è in me uno stato che perdura, al quale le altre età della vita si sovrappongono senza tuttavia diminuirlo, penso ai cari maestri come a compagni adolescenti.

  1. Durante l’incontro che terrò a Pescara sul suo lavoro poetico, ho deciso con incoscienza di leggere personalmente le sue poesie. Un profanare ma anche, appunto, un “tenerla in braccio”. Come si legge la poesia di Mariangela Gualtieri?

Quello che ho imparato da Cesare Ronconi, regista col quale ho sempre lavorato sulla resa orale della poesia, è che la parola poetica va servita, che è assolutamente necessario dimettersi, deporre ogni vanità ed ogni volontà di apparire. Questo è l’atteggiamento di fondo. Ci sono poi vari passi da fare, perché ogni poesia ha una melodia ed una ritmica che vanno ‘auscultate’, sentite e ‘cantate’. Poi c’è il grande lavoro sulla voce, sulla scoperta della propri più autentica voce. E questo è forse un lavoro contrario a quanto fa l’attore per strutturare la voce. Nel caso della poesia, e parlo però di poesia recitata al microfono, la voce va liberata dalle maschere che si è data per reggere l’urto col mondo. Sì, anche la voce, come i nostri volti, si nasconde, essendo molto più intima dei nostri volti. Da ultimo ci vuole piena consapevolezza ed abilità nell’uso della strumentazione tecnica, microfono e amplificazione. Considero il microfono e tutto il suo apparato, come un vero strumento musicale, al quale va dedicato tempo, studio, e passione. Per questo è indispensabile la collaborazione con un buon fonico, e la messa a punto, prima della lettura, di ogni strumento. Leggere versi non è differente da suonare Bach al violoncello e secondo me è richiesta la stessa sensibilità e preparazione. Per questo così di rado abbiamo il piacere orale della poesia.

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