Un lupetto chiamato Federico Maria

Lo scritto che segue è un estratto dal “Taccuino dei trent’anni”, un tacuinus sanitatis iniziato quattro anni fa in occasione dell’avvento di una responsabilità, di un nome ben preciso: quello del divenire, dell’essere chiamata zia. Si rivolge a due creature, Federico Maria e Maria Stella, vuole narrare loro una storia che forse è mancata a tutti noi, quella riferita alla nostra primissima, irripetibile infanzia. Da lì, un giorno adulti e addolorati da chissà quale oscura faccenda di poca importanza, potranno ripartire. Il taccuino ora è chiuso. Forse sarà pubblicato, forse resterà in quel cofanetto sorridente che è il loro venirmi incontro, ogni volta, come fosse la prima. Una lettera solo per loro, fatta di tempo verso il tempo.

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Un lupetto chiamato Federico Maria

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Da dove iniziare? Quando si parla con voi, in un colloquio ideale come vuol essere quello sostanziato nel presente taccuino, non si sa mai da dove, come iniziare, forse perché si vive la stessa ansia di quando si è accanto ai vostri piccoli corpi: ansia di proteggervi, amarvi nel modo giusto, la certezza di dire sempre qualcosa di sbagliato al momento sbagliato. Ma è così, voi siete dei cuccioli ai nostri occhi inesperti di tutto, mentre ci guidate con piccole mani al centro di noi stessi.

 Tu Federico hai 38 mesi e alcuni giorni. Sei nato il 10 settembre 2009 e l’emozione fu così forte che ti ho dedicato un libro di poesie, chiamandoti Comitò. Considerato che quando inizierete a leggermi avrete, sì e no, undici o dodici anni, non avrai avuto ancora modo di vivere l’esperienza della paternità, tantomeno di quella speciale posizione intermedia, purgatoriale, che consiste nell’essere zii. Significa che tua sorella ti dona un figlio, un piccolo corpo caldo che da quel momento, in qualità di zio, impara ad essere solo tuo. E del mondo. Tra gli innumerevoli appellativi che la tua candida bellezza ci ispira, ultimamente ti chiamiamo spesso lupetto, perché sembri un animaletto la cui metamorfosi quotidiana ti trasforma sempre più in una sostanza libera di essere e basta. Sei alto per la tua età, hai un corpo snello e definito, una linea sottile e bruna che elettrizza tutti gli spazi che attraversa; hai grandi occhi dalla forma oracolare, tra la mandorla e una ciliegia, la cui espressione sovente manifesta una intelligenza dello spirito e del ragionamento che non perdona, anche se ti abbandoni con altrettanta prontezza a una dolcezza che piega in rivoluzione l’animo di chi ti osserva. La tua pelle ha il colorito mediterraneo degli esseri attivi, scattanti verso il sole, i capelli un poco spenti dal tono castano grigio, diffuso di macchiate chiarità, orecchie piccole ed un poco piangenti sulle estremità, il volto “a pallottina” – lo chiamiamo -, che conferisce al tuo apparire una inevitabile esclamazione di stupore per la regale bellezza che t’esalta. La bocca è piccola, trascolorante dal rosa al rubino, mentre il tuo pezzo forte è il naso, mescolanza inevitabile tra il naso pantagruelico di tuo padre e quello altofrancese di tua madre; pensa che quando sei nato, sembrava che qualcuna di quelle animelle che tengono compagnia ai cuccioli durante i mesi di gestazione, lo avesse accartocciato su se stesso, tanto era a forma di pompetta che guarda all’ingiù: avevi le narici così piccole che ci chiedevamo come facessi a respirare. Eppure sei stato tu, dopo, che ci hai insegnato a farlo.

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