Tutto lo splendore

Vi sono libri che sono tutto lo splendore. Davanti al loro apparire e passarci attraverso, noi non possiamo far altro che accoglierli, “ubbidire” al richiamo del terribile angelo che li muove, farci da essi trasformare, irrimediabilmente. Questi libri sono frantumi bianchi, pesantissimi, di quel baratro chiamato realtà: riportano in modo vistoso, spesso doloroso, alle esplorazioni sorgive della nostra infanzia, rammentano il feroce bisogno di tenerezza che fu il primo amore, attualizzano tutte le nostre immagini interiori. Certi libri splendono e noi vogliamo cantarli, dirli ad alta voce, impararli a memoria per imparare ad essere fedeli a noi stessi. Non v’è culto, forse una viva ipotesi di riscatto.

Ad esempio, un libro che splende è Una questione privata di Beppe Fenoglio, in esso è contenuta la legge del tempo e poi una ragazza, Fulvia, geroglifico del nostro vero nome.

[…]

«Restiamo intesi fra una settimana. Tu però nel frattempo mi scriverai».
«Una lettera?»
«Certo una lettera. Scrivimela di notte».
«Si, ma che lettera?»
«Una lettera».
E così Milton aveva fatto e al secondo appuntamento Fulvia gli disse che scriveva benissimo.
«Sono… discreto».
«Meravigliosamente, ti dico. Sai che farò la prima volta che andrò a Torino? Comprerò un cofanetto per conservarci le tue lettere. Le conserverò tutte e mai nessuno le vedrà. Forse le mie nipoti, quando avranno questa mia età».
E lui non potè dir niente, oppresso dall’ombra della terribile possibilità che le nipoti di Fulvia non fossero anche le sue.
«La prossima lettera come la comincerai? – aveva proseguito lei. – Questa cominciava con Fulvia splendore. Davvero sono splendida?».
«No, non sei splendida».
«Ah, non lo sono?»
«Sei tutto lo splendore».
«Tu, tu tu, – fece lei – tu hai una maniera di metter fuori le parole… Ad esempio, è stato come se sentissi pronunciare splendore per la prima volta».
«Non è strano. Non c’era splendore prima di te».
«Bugiardo! – mormorò lei dopo un attimo, – guarda che bel sole meraviglioso!»
E alzatasi di scatto corse al margine del vialetto, di fronte al sole.

Ora lo sguardo basso di lui rifaceva quel lontano tragitto di Fulvia, ma prima di arrivare al limite tornò al punto di partenza, all’ultimo ciliegio. Come si era imbruttito, e invecchiato.
Tremava e gocciolava, impudicamente, di contro il cielo biancastro.

Poi si riscosse e un po’ pesantemente arrivò sulla spianata davanti al portichetto d’entrata. Il ghiaino era impastato di foglie macerate, le foglie dei due autunni di lontananza di Fulvia. A leggere si metteva quasi sempre lì, a filo dell’arco centrale, raccolta nella grande poltrona di vimini coi cuscini rossi.

[…]

Milton si premette le mani sul viso e in quel buio cercò di rivedere gli occhi di Fulvia. Alla fine abbassò le mani e sospirò, esausto dallo sforzo e dalla paura di non ricordarli. Erano di un caldo nocciola, pagliettati d’oro.

[…]

Arrivò sotto il portichetto.
«Fulvia, Fulvia, amore mio».
Davanti alla porta di lei gli sembrava di non dirlo al vento, per la prima volta in tanti mesi.
«Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi sono visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso».

 

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