“Bella mia. La zona rossa del dolore”

“Bella mia. La zona rossa del dolore”

L’ARTICOLO È USCITO SUL QUOTIDIANO IL CENTRO DEL 9 MARZO 2014. A SEGUIRE IL PEZZO COMPLETO.

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Dopo il terremoto del 6 aprile 2009 la locuzione “zona rossa” ci è divenuta ancor più famigliare, abbiamo imparato ad associarla non più solo al divieto, ma anche alla tragedia, al crollo, a morte certa. Ma è rossa anche quella zona della memoria che dà l’allarme dei ricordi, residuo del tempo in cui eravamo se non felici almeno certi di una vita che sembrava appartenerci fino in fondo. È sulla soglia d’ombra di queste due zone, quella della memoria dissanguata e quella di un presente urgente d’essere vissuto – pur se a macchie e divieti -, che si snoda la struggente storia narrata da “Bella mia” (Elliot, €17,50), il nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, la scrittrice di origini teramane che con il suo esordio “Mia madre è un fiume” (Elliot, 2011) fece gridare critici e lettori al miracolo del best-seller “made in Abruzzo”. Il libro, uscito in tutte le librerie proprio in questi giorni e che verrà presentato in anteprima nazionale domenica 9 marzo alla libreria Feltrinelli di Pescara, ci racconta con una prosa perfetta la ricostruzione interiore, oltre a quella fisica, degli edifici crollati nel terremoto, a cinque anni dal sisma che ha colpito L’Aquila; una storia nella quale ancora una volta il femmineo è poetico protagonista e di cui l’autrice ci parla nella intervista che segue.

L’Aquila bella me, te vojio revete”, da qui il titolo del libro, Bella mia. Perché un libro incastonato nella tragedia aquilana? Quale esigenza l’ha mossa?

Volevo scrivere un libro sulla perdita, sul dolore e sulla possibilità di trasformarlo in qualcosa di funzionale alla vita propria e delle persone amate. Mi sembra che nelle situazioni emotive estreme il materiale umano si manifesti in tutta la sua verità e forse compito degli scrittori è raccontarlo. Mi interessava anche esplorare la doppia dimensione, individuale e collettiva, di certi vissuti. Per questo L’Aquila, una città a me molto cara, fin dai tempi degli studi universitari. Una motivazione non proprio secondaria è lo sdegno che provo nel vederla ancora quasi tutta da ricostruire a cinque anni dal terremoto, come una giovane Pompei in attesa.

Anche in questo romanzo protagonista è l’immensa devozione, nel bene e nel male, che solo le donne riescono ad avere nei confronti della vita…

Forse le donne, oltre alla capacità biologica di concepire e contenere altra vita, hanno in generale una diversa attitudine psicologica al contenimento degli affetti, delle emozioni, comprese quelle negative. Spesso riescono, anche dalla propria sofferenza, a vedere quella di un altro, e a offrire un sostegno che sa di materno. Ma poiché sono nemica delle generalizzazioni, voglio citare come esempio letterario di devozione alla vita il protagonista di “L’uomo che piantava gli alberi” di Giono, che reagisce ai suoi lutti piantando alberi, appunto, come racconta il titolo di questo prezioso, piccolo libro.

Nel libro ci sono due donne, due pilastri, un adolescente tutto ricci e dolore, una terza donna che da morta sembra orchestrare l’intero corso della storia. Come si fa a narrare tanta disperazione? soprattutto, come si fa a sopravviverle?

Si narra con la consapevolezza della contiguità e della confidenza tra i vivi e i morti. Si sopravvive forse alzando qualche momento gli occhi dal proprio abisso e guardando quello del vicino, trovandosi con lui su questo confine labile che delimita i rispettivi dolori.

La sua scrittura continua ad essere intessuta di incursioni poetiche, tanto che a volte alcuni periodi del romanzo sembrano cantilene, frasi cantabili. Come lavora ai suoi romanzi?

Come se ogni pagina fosse l’unica, cercando di dare densità e profondità, attraverso il peso delle parole e dei silenzi, affidati alla punteggiatura. La mia ambizione è disseminare tra le righe pause dove il lettore possa respirare e costruire suoi mondi, tra gli elementi del mio. Per questo anche il finale resta aperto, perché ognuno possa pensare il proprio in una ideale prosecuzione immaginaria del testo scritto.

Replicare il successo di “Mia madre è un fiume”…

Questo non sono io a deciderlo e non è nemmeno così importante, ogni libro è una storia a sé, probabilmente. Ci tengo che il testo arrivi al lettore, questo sì, che non lo lasci del tutto uguale a prima.

Quali sono gli scrittori da lei amati e quali consiglierebbe ai nostri lettori.

Borges, con la sua poesia lucida e geometrica. La Yourcenar di “Memorie di Adriano”, modello per me inarrivabile di scrittura in prosa. Agota Kristof nella spietata “Trilogia della città di K.” “La strada” di Cormac Mc Carthy. Non so perché mi sono usciti tutti stranieri, magari la prossima volta dico solo italiani.

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