“Un diluvio di fiori gialli. In ricordo di Gabo”

“Un diluvio di fiori gialli. In ricordo di Gabo”

L’articolo è uscito sul quotidiano Il Centro del 19 aprile 2014. A seguire il pezzo completo.

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Nel regno degli esseri viventi sussistono, d’ogni specie, infinite possibilità di variazione: il giglio migrante dal bianco al rosso, la volpe più lesta delle sue compagne, la quercia secolare fino all’inverosimile e tutte quelle sfumature che raccolgono modi di essere nella gamma irripetibile d’una forma. La letteratura, di cui va fierissima la natura, riesce a fare anche altro: mescolare i modi trapassandoli da mondo a mondo, da tempo a tempo, creando nell’impasto naturale della lingua qualcosa che esiste ogni volta come la prima volta, ogni forma mai nata da una necessità che non sia avvertita come sacra. Si tratta dell’immaginario, quell’insieme semantico di finzioni che separa l’umano dal quel che umano non è. Ad esempio, certi fiori gialli che cadono solo in Sud America, quando la primavera ascende all’estate, e così diluviando nel cielo salutano qualcosa destinato per sempre a finire – ecco, questi fiori gialli in natura non esistono, li ha creati per noi Gabriel García Márquez, nel 1967, quando le nostalgie e malinconie di “Cent’anni di solitudine” furono scolpite nell’immaginario di tutta l’umanità. Così come la solitudine: dopo aver letto quel libro nessuno di noi, siamo certi nessuno, ha dubitato anche solo per un istante di condividere la stessa pena, lo stesso bisogno di consolazione. Questo è quello che fa la letteratura: in genere non esiste, non è né un istituto né un luogo, non la si trova al supermercato o nei corsi di scrittura, tantomeno nei libri, dai quali anzi spesso essa fugge per disintegrarsi altrove; la letteratura – a patto di non essere né invocata o vista – fa i miracoli riportandoci tutti nella casa dell’essere. Lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez, venuto al mondo ad Aracataca il 6 marzo 1927 e uscitone in silenzio, come un cadere di fiori gialli, il 17 aprile 2014 a Città del Messico, ha eseguito gioioso l’attuazione di quei miracoli, ha onorato la natura arricchendone le forme. Scriverne oggi il ricordo è la perdonabile debolezza di chi continuerà a visitarne la grandezza attraverso i suoi libri. Gabriel José de la Concordia García Márquez, conosciuto come “Gabo”, prima di diventare uno degli scrittori più noti e apprezzati a livello mondiale, ha svolto per molti anni il mestiere di giornalista (1948-1961), impegnato nel racconto di eventi drammatici: dalle rivoluzioni di Cuba alla tragedia cilena, dalle imprese del Che fino alle atrocità dei ai dittatori sudamericani. Il suo esordio letterario avvenne in sordina nel 1947, ma ufficialmente nel 1967, quando pubblica “Cien años de soledad”, quel Cent’anni di Solitudine arrivato in Italia nel 1968 per i tipi Feltrinelli. Quest’opera gli vale sin da subito un successo planetario: romanzo che narra le vicende della famiglia Buendía, a Macondo,attraverso diverse generazioni, opera immensa, dalla complessità mitologica, densa di riferimenti e allusioni alla storia e alla cultura popolare sudamericana, considerata la massima espressione del cosiddetto “realismo magico”. Il realismo magico è un termine con il quale la critica novecentesca ha indicato tutte quelle opere, dalle arti pittoriche alla letteratura, caratterizzate da elementi magici, appunto operanti all’interno di un contesto assolutamente realistico. Il capolavoro di Marquez ha rappresentato l’apice insuperato di tale corrente espressiva. Dopo un periodo di silenzio in protesta al colpo di stato cileno di Pinochet, nel 1975 ritorna alla scrittura con libri altrettanto indimenticabili:  “L’autunno del patriarca” (1975), “Cronaca di una morte annunciata” (1981) e  “L’amore ai tempi del colera” (1985), opere che ottengono un ulteriore successo e dalle quali sono state tratte omonime versioni cinematografiche. Nel 1982 viene insignito del Premio Nobel per la letteratura, che lo consacra come classico vivente. Diviso tra Parigi, L’Avana e il Messico, si dedica soprattutto all’attività giornalistica e politica, come attivista per la pace e simpatizzante del socialismo di stampo chàveziano. Dopo un lungo periodo di “astinenza” dalla scrittura letteraria, colpito da un cancro linfatico, torna in libreria con “Vivere per raccontarla” (2005), la prima parte della sua autobiografia, completata nel 2005 con la seconda parte “Memoria delle mie puttane tristi”. Il resto è senilità, certo, ma fino a ieri anche gioia e gratitudine di essere ancora tra i vivi, tra quelli che camminano non visti sotto un diluvio di fiori gialli.

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