“Avere trent’anni” su La Sicilia – di Giuseppe Giglio

Su “La Sicilia” del 4 luglio 2014, uno dei deliziosi e penetranti “pezzulli” del critico letterario Giuseppe Giglio, dedicato ad “Avere trent’anni” (Ianieri Edizioni, 2013), “ad una delle voci poetiche – scrive Giglio – più intense e interessanti di oggi. Una voce con un’arrière boutique notevole, e che (ne sono certo) molto ha ancora da dire.”

Un grazie ricolmo di stima a questo vero e fino “decifratore letterario”.

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Cortocircuito mentale tra infanzia e maturità

Ha un certo sapore rosselliano, l’apertura di Avere trent’anni (Ianieri Editore, 2013), la terza raccolta di poesie di Federica D’Amato (abruzzese, classe 1984). Eccoli, quei versi, che sono anche una dichiarazione di poetica: «Nacqui bizantina in epoca televisiva/d’alto lignaggio in participio d’amore/creatura d’avanzo nell’affamato universo/di sete e bassezze carestia bestiale d’amore/presto divenni eresiarca monumentale». Nel tentativo di raccontare (per micro-storie: che si sgranano anche con la fulmineità graffiante dell’epigramma, e dove un lacerto di vita individuale illumina il vivere di tutti) l’infanzia, la prima giovinezza, nel segno di un preciso cortocircuito mentale: quando il tempo dell’innocenza e della favola comincia davvero ad appartenerci proprio perché si è esaurito, proprio perché, adulti, lo abbiamo perduto. E come attraversando l’ombra (anche lunga) di una linea, laddove «le rocce fioriscono di memorie/e la Bitinia della tua infanzia cade/se arriva la dea a divinarti la fronte,/volpe che finalmente attraversi/la porta di avorio nel libro delle ore».
Dicevo di un’ascendenza rosselliana, e specialmente riguardo alle imprevedibili associazioni linguistiche. Ma qui la D’Amato (che nel suo divagare scioglie echi di tanta tradizione: dalla Rosselli, appunto, a Pavese; da Sereni alla Campo) modula il suo personale sistema di simboli, intona il suo specialissimo canto. Giocando col tempo, quasi addomesticandolo: a farne la propria voce, di quella benefica ossessione, piuttosto che un problema. E nutrendosi di distonie, di dissonanze che, affiorando dal vissuto, danno corpo e sangue, inverandolo, ad un presente difficile: nel quale, dice l’io poetico, «scrivo con una poesia in tasca/per non essere solo». Perché la solitudine (che pure è connaturata al poeta) si accompagna al crescere: quando ci si accorge che l’infanzia può essere una «bugia reale», e specialmente in un tempo greve, oscuro, nel quale l’amore (l’amore per i propri simili, per le piccole cose, per un fiore, per un albero) è più un’eresia da inseguire che un sentimento vissuto. E non a caso l’epigrafe di questo quaderno coincide con un verso di Milo De Angelis: «Voglio dirti che ho amato ogni cosa». È un viaggio pervaso da un’angoscia sottile, filigranato da una severa ironia, Avere trent’anni. Un elegante, essenziale album fotografico in bianco e nero, dove la drammaticità (nel senso teatrale, della rappresentazione) delle figure e il rigore del racconto felicemente cedono alla visione: sui cocci dispersi di un vivere che (come ritrovandosi) si ricompongono in mosaico, si mutano in domanda, si fanno destino.

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