Paolo Febbraro a Vasto – Centro Europeo di Studi Rossettiani

In occasione della presenza, oggi sabato 5 luglio 2014, di Paolo Febbraro a Vasto, ospite del Centro Europeo di studi Rossettiani, invitato ad intervenire in un ottimo corso di alta formazione per traduttori, riporto qui alcune poesie del poeta e saggista romano, tratte da un volume che molto ho amato, Il bene materiale, edito da Scheiwiller nel 2008.

*

Prova a dormire con chi ti solletica

od alle due di notte accende il sole:

così l’inverno mite con le piante

che dure in balcone tenevano i tempi

alla nostra riservatezza spoglia,

ai mesi di sospetto e controvoglia,

alla nostra retta dissipazione.

Guarda: reggono a stento

alla provocazione, tornano quasi

alla rissa. Alterco primaverile

che nella nera estate poi si fissa.

*

Paolo Malatesta (a parte, di Francesca)

«Aver bisogno, per parlare,

di un’altra poesia.

Dover piangere, nel vostro

purgatorio di corpi, il paradiso

d’un Libro sacro e scortese, nero

d’inchiostro. Nel mortorio

dei giorni stare sospesi, dannandosi

al vero infinito del desiato riso.

La mia bufera non è allegorica

e il quinto canto è una diceria.

Se avete un’anima, gettatela via».

*

«Buongiorno, mi dia tre etti del cadavere

di un manzo. Però mi raccomando, che sia

di quello che non ha sofferto andando

al macello, del più sciocco, fidente o

soprappensiero, cui l’ultimo muggito

non abbia striato la carne d’incubo

e maledizione contro la nostra biblica

autorità, e autorizzazione. Un bel vitello

con la nervatura non ustionata

dalla memoria d’un cancello.

Che stia bene col brodo leggero,

la frutta di stagione e l’aroma

del vino novello. Mi dia di quello».

*

Non è meno infinita del mare

la roccia, con il suo non parlare

tetro, materia delusa, implosa,

nel suo sgretolarsi, una rosa.

*

Le giovani donne soffrono perché i mariti

d’estate le amano, a sera, quando

più a lungo le guardano nude:

e loro, stanche e accese, li amano pure.

E sentono tendersi il ventre,

spossessarsi di loro, e danno il sangue

in perdite lunghe o in siringhe

sterili, per tradursi in numeri,

e si aprono a sonde che alle viscere

designano urgenze. E la prima

sera d’autunno, nell’istante

in cui il cielo cede e si sgrana

nero, si svegliano magre e arrochite

e il dolore attento le presidia

salendo dai fori che alle pance

giovani e bianche hanno tolto

vita e insidie. Sussurrano allora

mai più, ed è insieme

l’infanzia che hanno perso e non dato,

l’inverno estraneo che supereranno.


Lascia un commento