Renzo Paris, il poeta che ha varcato le cento lune

5097184A vent’anni “conobbi” Tristan Corbière. Lo conobbi alla maniera dei libri, certo, ma lo sentii subito amico, confidente, affine al mio modo tragicomico di avere a che fare con la vita. Questo «dandy plebeo» – maudit al pari dei più “equilibrandi” Rimabud e Mallarmé – proveniente come un pescatore di presagi dalle grevi maree della costa bretone, aveva il potere di richiamarmi a quel destino che sarebbe divenuto «lo scrivere adorando e perdendo»[1]. Fu per me un sollievo incontrare Corbiére su quella impervia strada della prima giovinezza, nella quale se non hai letto, appunto, Rimbaud, Verlaine e Mallarmé, sei sfigato al pari di uno che non si è mai fumato una canna; il trio io lo avevo letto (di canne nemmeno l’odore), e studiato e imparato a memoria, proprio alla maniera di quegli anni: seriamente. Ma vi era in loro qualcosa che mal si accordava al il mio modo di declinare il rapporto tra letteratura e vita. Questi poeti mi sembravano accomunati dalla tentazione di essere parisien, ma nella forma di una impasse psicologica asfissiante. Corbiére, al contrario, in quel suo essere irrimediabilmente brutto, reumatico, sarcastico e masochista, radunava in sé la premessa a un io poetico anarchico, rabbioso, provinciale e per questo veramente libero. Irripetibile. Come restare indifferenti davanti alla tragedia comica e desolante, terribilmente dehors de l’humaine piste, de Le poète contumace? Il poeta in contumace, alias Tristan, che si rinchiude in una solitaria torretta di un convento abbandonato, sulla costa d’Armor, lui, «il solo gufo pagante… spilungone, asciutto, pallido; / eremita dilettante… Dato per spacciato dai medici, come dagli uscieri, / s’era fermato là, stufo, alla ricerca d’un posto / per morire in pace o per viverci in contumacia… Morendo di sonno, viveva sognando». Sentivo che Corbière osava dire qualcosa che forse nessun altro aveva affermato in modo tanto arguto, e vero e osceno (forse solo Baudelaire?): il poeta, nella modernità, è un povero scemo destinato alla quarantena, uno infetto dal morbo dell’assoluto che «incapace fino all’assurdo di vivere – sopravviveva – e – incapace di saper morire – scriveva»; ma è anche il disobbediente par excellence, colui che nella sua debolezza oppone la strenua resistenza degli esametri, colui «che ha varcato le cento lune». Les Amours jaunes è un libro che ti chiama e mal tollera le lungaggini introduttive dei critici; a quel tempo lo lessi così, tutto d’un fiato, tornando solo più tardi a quelle strane ma seducenti pagine che ancora aprono l’edizione Oscar Mondadori: erano scritte da Renzo Paris (anche primo traduttore italiano di Corbière, con Enzo Siciliano)[2]. Fu allora che capii come i libri siano già segnati sulla pagina del nostro nome, al pari di quelle persone che un giorno entreranno a far parte della nostra vita. Da quel momento sentii che vi era un sottile filo di leggenda a unire le anime degli esseri più disparati e che i libri consistevano nella “chiamata” all’incontro, a dispetto dei limiti dello spazio e del tempo.

*

parisRoma, primo marzo 2014. L’occasione era, indisposta, la poesia. Protagonisti io e Renzo Paris, viandanti e protetti dal suo piccolo ombrello blu, noi mazzamurelli battuti da una pioggia messianica. Eravamo sulla via che porta dalla fermata metro di Furio Camillo fino a via Pietro Fedele, diretti alla libreria Scripta Manent. Della confusione e dei fumi che invadevano quella precaria periferia romana, ho dimenticato tutto. Di quel giorno ricordo solo il volto di Renzo, geroglifico segnato dall’arresa dolcezza di uno che in altro tempo e in altro luogo se la ride, paziente. Volto segnato dal dio marsicano della sete, quella che solo noi abruzzesi possiamo scontarne la voglia d’amore. Ecco allora che dopo dieci anni tutto ritornava nella sua pista destinale, pista che partiva dall’Abruzzo, passava per Les Amours jaunes di Tristan Corbière e arrivava fino a quel primo marzo romano. Nel mezzo una costellazione di intese, i punti luminosi di una corsa a ritroso verso l’incontro. Il pomeriggio, attraverso le parole di Renzo, si animava leggendario: Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Dario Bellezza, e i tanti altri suoi amici che io trasognante adolescente leggevo sui libri e ci fantasticavo il futuro. Egli nei racconti, protagonista tra i protagonisti, passeggiava nel Novecento come il poeta in contumace, come uno che il conto con la memoria e con la storia ce l’ha ancora aperto: ricordava e sorrideva, un po’ amaro facendo la smorfia, simile al suo Corbière, Pierrot lunare[3] «che ha varcato le cento lune».

I fili della leggenda (e le obbligazioni della legge[4]) confluiscono carsici in Il fumo bianco (Elliot Edizioni, 2013, 136 pp., €17,50), volume che raccoglie le poesie scritte da Paris dal 1990 al 2012: vent’anni di passeggiate dentro e fuori le mura della memoria, cercando di salvare il pianeta interiore della vita perduta, chiedendo al presente se «il mondo è ancora e sempre / salvato dagli occhi di un bambino». È una unwritten law quella che soggiace al movimento di questi versi, la legge non scritta del ritorno cui ogni singola poesia sembra ubbidire, soprattutto attraverso la politezza dello stile raggiunta grazie al sapiente uso di modalità metriche classiche, ma dal timbro generosamente prosastico. Versi che sembrano scommettere sull’ipotesi – sebbene incerta e per questo ironica, semmai cantabile – di una rinascita, sul rinnovamento di certe immagini, su su fino all’infanzia e al termine della trascendenza: torneremo a vedere nostro padre sfrecciante nel cobalto del Fucino, tra i quattro cantoni del sogno? torneranno i mazzamurelli come figli a ricordarci che stiamo morendo? tornerà anche il Novecento, che ci ha rubato tutto?

Certo che torneranno, risponde Anchise-Paris «statene certi. / Negli occhi del bambino appena nato l’infanzia / del mondo non è ancora perduta».

 

Intervista a Renzo Paris (2014)[5]

copertina-renzo-paris-il-fumo-biancoNella nota editoriale che accompagna il suo Fumo bianco è scritto «un poeta non più giovane». Ma, signor Paris, il poeta non resta invece sempre giovane?

Nella prima poesia del volume intitolata “Non sono né giovane né vecchio” c’è la risposta alla tua domanda: «Non sono né giovane né vecchio / ed è come se sognassi, in un meriggio / di sbronze, entrambe le età. Eppure // sono vecchio. In una nicchia dorata / l’autunno cede il passo all’inverno, / coperto di tenebre e sonno […]». Comunque il tempo è il tema profondo del libro e il suo trascorrere impietoso.

Veniamo al titolo, Fumo bianco, quello distruttivo del terremoto aquilano, immagine che va a racchiudere vent’anni di poesia. Ci spieghi questa scelta.

Vengo da una famiglia di Celano che ha subito il terremoto del 1915 e tutti gli altri che sono seguiti. I miei genitori hanno vissuto nelle baracche dei terremotati per diversi anni. Io avverto le piccole scosse come i gatti. “Il fumo bianco” del terremoto aquilano è quello esteriore, a cui è seguito un terremoto interiore di uguale potenza distruttiva. I versi mi hanno consolato. Ho una casa a san Panfilo d’Ocre catalogata come E e ancora non ristrutturata.

L’Abruzzo che va rammemorando è bellissimo, ruvido, spregiudicato, quasi verginale, ma oggi perduto. Cosa, chi le manca della nostra terra?Ho consegnato da poco all’editore “I fenicotteri”, un romanzo sulla vita di Ignazio Silone e l’ho scritto per tenere ancora un poco con me la vita millenaria che ho visto da ragazzino nella Marsica, la stessa di Secondino Tranquilli. Mi mancano le primavere con i fiori di pesco e di ciliegio, l’orto di mia madre.

A proposito di passato, nella poesia Testamento ricorda i suoi amici, Pasolini, Moravia, la Morante e Amelia Rosselli, dicendo di «averli amati». Come si amano gli scrittori tra loro?

L’amicizia amorosa tra poeti e scrittori esiste da sempre. Basta ricordare “Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io…”. Con questo titolo firmai una antologia di poesia da uomo a uomo, da Dante ai nostri giorni. A me mancano sul serio la Rosselli, Moravia…

Cosa ha significato per lei aver attraversato il secondo Novecento da protagonista, testimone privilegiato, grande scrittore?

Non mi sono posto il problema di stare al centro del palco, anche se negli anni Settanta c’ero. Io ho sempre voluto essere un testimone dei miei anni, a latere, e forse per questo più attendibile. Come poeta non ho fatto come i miei coetanei che stanno alla ventesima raccolta. Ho pubblicato Album di famiglia da Guanda nel 1990 e ora Il fumo bianco da Elliot, in quarant’anni. Non è molto no?

Cosa può fare il poeta per la società nella quale vive?

Il poeta ha un solo compito, quello di ascoltare la voce antica che detta dentro e avvicinarsi alla Bellezza. La persona invece deve essere attenta alla società, se vuole sopravvivere. Tra i due ci sarà certamente un passaggio di corrente, come dimostra il Decadentismo che voleva la vita da artista. Oggi tutto questo è un pio ricordo. Scrivere versi è una attività evocativa, sciamanica.

 

[1] Amelia Rosselli
[2] Da non dimenticare anche la traduzione che Vittorio Pagano fa proprio de Le poète contumace
[3] «[Paris] si esibisce come un arrabbiato nell’amore, ci racconta di trasalimenti erotici e di stranulamenti da Pierrot lunare» (Enzo Siciliano)
[4] Si gioca sulla coppia legge/leggenda con ovvio richiamo a Piero Bigongiari
[5] Parte di questa intervista è apparsa sul quotidiano Il Centro del 3 marzo 2014

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