La casa del pane, un anno dopo

Tratto da Avere trent’anni, Ianieri Edizioni, 2013

*

Vieni con me alla casa del pane

posso darti consolazione

posso pagare con una mollica

la forma della tua mano sulla mia.

 

*

La casa del pane, un anno dopo

(inedita)

L’hanno chiusa, non siamo

mai più tornati, i pugni freddi

lontani dalla casa del pane.

Nessuno più pagava

con un briciolo d’amore

la forma stretta delle mani,

nessuno più indugiava sulla emme,

quella di mollica, quella di Maria[1],

quella dove due labbra

chiudevano una bocca sulla mia.

 

[1] Tutto quello che scrivo ha sempre un percorso “mitopoietico” a guida della parola. Così è stato anche per la piccola poesia de “La casa del pane” contenuta in Avere trent’anni (2013), su cui qui ritorno, un anno dopo; nell’inedito sono più evidenti le ragioni per cui scelsi, a suo tempo, di simboleggiare l’alcova d’amore con la casa del pane. La vergine Maria simboleggia la costellazione della Virgo, conosciuta anche come “Virgo la Vergine”: il geroglifico antico per Virgo era la “m”, ed è per questo che il nome di Maria, come molte altre madri vergini – la madre di Adone, Mirra, o la madre di Budda, Maya – inizia con la lettera “m”. La costellazione Virgo viene chiamata anche “Casa del Pane”, e la rappresentazione di Virgo è una vergine che porta con sé un covone di grano. La Casa del Pane simboleggia il grano, e rappresenta i mesi di Agosto e Settembre, quando avviene placida la mietitura. Infine “Bettlemme”, che si traduce letteralmente proprio con “casa del pane”, è un riferimento alla costellazione Virgo, un posto che si trova in cielo, non in Terra.

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