L’autunnale Pavese – Una riflessione

foto_pavese_aforismiIeri erano centosei anni dalla nascita di Cesare Pavese.

Nacque nel 1908 in Piemonte, a Santo Stefano Belbo. Sullo sfondo un paesaggio di colline dure e remote, un paesaggio di donne perdute.

Mi è venuto da ridere al pensiero di un Pavese centoseienne. Tutto quello che aveva fatto – “i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa”[1], la gloria letteraria, l’estenuante lavoro editoriale – lo aveva portato avanti per approssimarsi con precisione, e più velocemente, al gesto finale. La letteratura era stata lo studio di quel momento, un tumultuoso e appassionato guado del tempo verso il punto che iniziando finisce. Come chiedere a un simile progetto di sopravvivere a se stesso? Pavese è morto a quarantadue anni, e già il solo immaginarlo cinquantenne è una smorfia che sa di ridicolo.

Doveva andare così, senza troppi pettegolezzi.

Un libro che affronta in modo mirabile la necessità di non fare pettegolezzi intorno alla sorte di Cesare Pavese – e di altri certi scrittori – è Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura (LiberAria, 2014) di Demetrio Paolin, un volumetto così limpido da restare ancora al primo posto nella mia personale classifica dei libri migliori del 2014. E ho il sospetto che resterà tale. Non è questo il momento di affrontare criticamente NFTP, di cui scriverò meglio e con la cura che merita nei prossimi giorni, ma certo questo 9 settembre di centosei anni fa mi spinge a consigliarvene l’acquisto. E il lento, lentissimo innamoramento. Il dono più sincero che possiate fare alle storie di quell’antico ragazzo scampato per sempre agli inverni di Crono.

Il genetliaco pavesiano diventa allora pretesto di un altro consiglio, lo stesso che vado predicando da sempre, sin da quando i miei genitori – e più tardi i compagni di studi e gli amici –, hanno preso a chiamarmi Leucò.

Leggete Pavese, leggetelo tutto, tutto d’un fiato. Come tutte le cose fatte per amore, iniziate a caso.

Io, ad esempio, quest’estate – in agosto, il mese migliore è sempre l’agosto! – ho ri-iniziato per la decima volta da La spiaggia, poi ho continuato con le poesie di Lavorare stanca, con tutti i Racconti, e La Luna e i falò, Tra donne sole, i Dialoghi con Leucò, La casa in collina, Il carcere, e così via. Queste riletture, tra i vari e altri benefici, sono utili per capire com’è che funziona l’amore, qualsiasi amore. Una questione di pause e ritorni, appunto, di risalite (come si risale una collina) e precipizi nella memoria, di abbandoni studiati per lo slancio di rincorse sui pendii più ripidi del tempo. Alla fine gli autori che ami – e che devi imparare a disamare – rappresentano la cartina da tornasole grazie alla quale riesci a seguire il profilo della tua sorte, le linee di un volto immaginario che è il tuo volto più vero, quello in attento riposo al fondo dell’animo che conferisce significato al destino, ne esprime la forma e il suo processo d’iniziazione. E non c’è scrittore che più di Pavese abbia la forza di assorbire di ognuno l’irripetibile volto, per poi restituirlo come immagine e racconto, come archetipo del nome.

Personalmente, a riguardo, posso dare testimonianza circa la questione a me molto cara dell’autunno.

2737942Pavese per me è sempre stato un autore autunnale, e se ci pensate alla fine è naturale per uno nato agli inizi di settembre, quando la grande meridiana del tempo si abbandona alla malinconica dolcezza dei declivi. La rilettura di quest’anno mi ha reso palese in modo evidente siffatto aspetto, quasi a farne il punto archimedico di certe interpretazioni, di certe intese, dal particolare angolo d’incidenza delle mie date[2].

Ne Il carcere, ad esempio, tutto il materiale narrativo trattato da Pavese sembra correre verso una maturazione autunnale: l’agosto, le case, la sorte, il confino, i fianchi di Concia e la pena di Elena, il mare, il paese, i pensieri di Stefano e il suo corpo distratto. Nel romanzo ci sono altre stagioni e il tratteggio di ben più carnali intenzioni, certo, ma la costruzione, il ritmo con cui Pavese ci racconta la prigionia di Stefano sembrano volgere non alla posizione apicale del sole, ma a quella che viene appena un attimo dopo, quella che segna insieme la certezza di una pienezza e il suo quieto superamento. Quella specie di riposo rassegnato che subentra all’amplesso.

Autunno, dunque, come tumultuosa rassegnazione, attesa di qualcosa che in un tempo remoto è accaduto e continuerà a svolgere il suo significato lungo il trapasso dei giorni.

Forse questo è il carcere inteso da Pavese, questo venire al mondo dopo un fatto che è stato e di cui non sapremo mai nulla, pur intuendone la forza direttrice, pur continuando a eseguirne l’occulto volere. Qualcosa che ci riguarda, intimamente, una intuizione più forte che vorremmo fosse nostra per sempre, e che invece non ricorderemo.

 Il moto d’un istante che si confonde nella perpetua cadenza del mare.

“Ma il vero ricordo era un altro, più segreto, era un punto in cui tutta la vita di Stefano ardeva silenziosa, e a ritrovarlo era stata tale la scossa che gli era mancato il respiro”

“[…] forse la prigione non è altro che questo: l’impossibilità di ubriacarsi, di distruggere il tempo, di vivere un’insolita sera”

 “[…] le nuvole, i tetti, le finestre chiuse, tutto in quell’attimo era dolce e prezioso, tutto era come uscire dal carcere. Ma poi? Meglio restarci per sognare di uscirne, che non uscirne davvero”

“Stefano ricordava di essersi detto che per tutta la vita avrebbe sentito lo scalpiccío di quella turba nell’immobile frescura del tramonto polveroso. Ecco che invece l’aveva scordato. Quante volte, specialmente i primi tempi, Stefano si era riempiti gli occhi e il cuore di una scena, di un gesto, di un paesaggio, dicendosi: “Ecco, questo sarà il mio più vivo ricordo del passato; ci penserò l’ultimo giorno come al simbolo di tutta questa vita; lo godrò, allora”. Così si faceva in carcere, scegliendo una giornata sulle altre, un istante sugli altri, e dicendo: “Devo abbandonarmi, sentire a fondo quest’istante, lasciarlo trascorrere immobile, nel suo silenzio, perché sarà il carcere di tutta la mia vita e lo ritroverò, una volta libero, in me stesso.

Ma alla fine, forse, mi sbaglio.

Forse l’autunno, per Cesare Pavese, fu una stagione e nient’altro, l’aria un po’ occidua che un giorno gli diede accoglienza. La superficie di una pagina che nessuno ha mai scritto, ma che lui ha avuto il coraggio di abitare. Fino in fondo, fino a quel 9 settembre.

 “[…] vi sbagliate – disse Stefano -, la prigione consiste nel diventare un pezzo di carta”

[1] Lettera a Pierina, Bocca di Magra, agosto 1950

[2] Der Meridian, Paul Celan, 1960

 

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