“Questo momento di giugno” – Appunti su The Hours di Michael Cunningham

Mrs Dalloway, Virginia Woolf, 1925

 “[…] Negli occhi della gente, nel modo in cui cammina seria, veloce, a fatica; nel muggito e nel rombo, i carri, le automobili, gli omnibus, i furgoni, gli uomini-sandwich che ondeggiano e si agitano; bande di ottoni; organetti; nel trionfo e nella canzoncina e nella strana nota alta, un canto, di qualche aeroplano sopra la sua testa c’era quello che amava, la vita, Londra, questo momento di giugno.”

*

8c_mrs_dalloway_1928Cos’è che tortura Mrs Dalloway?

Il pensiero, le formiche nella testa che non possono fermarsi, la tristezza connaturata ad ogni tipo di contatto tra quel che c’è dentro e quel che c’è fuori, il ridursi a immagine della polpa succosa del reale, tutta l’enorme quantità di momenti che dovrà, in un modo o nell’altro, trasformare in azione.

Mrs Dalloway è una donna stremata di pensiero, un pensare che ha lo sguardo rivolto alla sua origine, ma senza poterne vedere distintamente i contorni. Ella è una donna piena di pensiero perché piena di origine, costituzionalmente incapace di far convivere la provenienza con l’accadere delle ore.

La figura creata da Virginia Woolf, e poi magistralmente ripresa da Cunningham nel suo The Hours, cerca di pungolare il problema relativo alle origini del nostro essere invischiati nel tempo: se il fatto che intimamente ci riguarda è già accaduto e, pur non riuscendo a ricordarlo, sappiamo che c’è stato e che non ce ne sarà un altro, se tutto questo è stato, perché si dovrebbe continuare a pensarlo? Perché esso continua ad agire in noi e per noi? Perché non possiamo esserne liberati o farlo passare? Convogliarne l’energia in un futuro agente?

Ecco, dunque, che certi momenti, certe ore, accadono in noi come delle origini postume, come delle nuove nascite e fioriture del nostro nome che reclamano, anch’esse, di essere contemporanee, pur essendo già passate. Una cosa che accade continua ad accadere per sempre, sembrano dirci le ore. Non ora, in questo momento, o domani, o negli occhi di un’altra persona. Continuerà semplicemente ad esistere accanto a tutto il resto, come il sepolto alfabeto in un racconto.

 *

 The Hours, Michael Cunningham, 1999

 […]

“Non ci riesco, non riesco a riposare. Vieni qui, vieni più vicino, vieni, per favore…”

“Sono qui”

“Più vicino. Prendimi la mano”

[…]

“Richard dice: “Eccoci qui. Non credi?”

“Scusa?”

“Siamo persone di mezz’età, e siamo giovani amanti in piedi accanto a uno stagno. Siamo tutto, tutto insieme. Non è straordinario?”

“Sì.”

“Non ho rimpianti, davvero, tranne quello. Volevo scrivere di te, di noi veramente. Sai che voglio dire? Volevo scrivere di tutto: la vita che stiamo vivendo e quelle che avremmo potuto vivere. Volevo scrivere di tutti i modi in cui potremmo morire.”

 *

thehoursE qui troviamo Clarissa che ricorda, ma non lo fa perché le manca qualcosa. Lo fa perché ha vissuto, una volta e per sempre, la ragione per cui fu scelto che Clarissa fosse Clarissa, che Londra quel mattino di giugno fosse Londra e non New York, o la casa sul mare; lo fa perché chi ha visto il proprio fondamento non può più ignorarlo, e tantomeno desiderarlo, riportarlo vivo sottoforma di linguaggio. Può solo dire a se stessa “quello era il momento”. Può solo ricordarne l’immagine e ricostruirne ricorsivamente “l’irrealtà estatica del tutto”, sì come i nei che abitano una guancia congiungono la mappa di un volto amato.

*

[…]

L’estate dei suoi diciott’anni: sembrava potesse accadere qualsiasi cosa, proprio qualsiasi cosa. Sembrava che lei potesse baciare il suo serio, formidabile amico accanto allo stagno; sembrava che potessero dormire insieme in una strana combinazione di lussuria e innocenza, e non preoccuparsi di quello che significava, o se significava qualcosa. Era la casa, sicuramente, pensa. Senza la casa sarebbero rimasti tre laureandi che fumavano spinelli e discutevano nei dormitori della Columbia. […] Erano la casa e il tempo – l’irrealtà estatica del tutto – che avevano contribuito a trasformare l’amicizia di Richard in un tipo d’amore più divorante, ed erano stati quegli stessi elementi, in realtà, che avevano portato Clarissa qui, in questa cucina di New York […]. Quante volte da allora si è chiesta cosa sarebbe potuto accadere se avesse provato a rimanere con lui, se avesse ricambiato il bacio di Richard all’angolo fra Bleecker e MacDougal, se fosse andata via in qualche posto (dove?) con lui, se non avesse mai comprato l’incenso e la giacca di alpaca con i bottoni a forma di rosa. Non avrebbero potuto scoprire qualcosa… qualcosa di più grande e più strano di quello che hanno avuto? E’ impossibile non immaginare che l’altro futuro, il futuro rifiutato, si sarebbe svolto da qualche parte in Italia o in Francia, fra grandi stanze assolate e giardini; sarebbe stato fitto di infedeltà e grandi battaglie; sarebbe stato una grande e duratura storia d’amore basata sull’amicizia così bruciante e profonda che li avrebbe accompagnati fino alla tomba, e forse anche oltre. Pensa che sarebbe potuta entrare in un altro mondo. Avrebbe potuto avere una vita forte e pericolosa come la letteratura stessa. O forse no, si dice Clarissa. E’ quello che ero. E’ quello che sono […]. Tuttavia c’è questo senso di opportunità sprecata. Forse non c’è niente, mai, che possa eguagliare la memoria dell’essere stati giovani insieme. Forse è tutto qui. Richard era la persona che Clarissa amava nel suo momento più ottimista. Richard era stato al suo fianco vicino a uno stagno al tramonto, con dei jeans tagliati e sandali di gomma. Richard l’aveva chiamata “signora Dalloway” e si erano baciati. […] Era sembrato l’inizio della felicità, e a volte Clarissa è ancora scioccata, più di trent’anni dopo, nel realizzare che era la felicità, che tutta l’esperienza si racchiudeva in un bacio e una passeggiata, nell’attesa di una cena e di un libro […] Ciò che rimane limpido nella sua mente, più di tre decenni dopo, è un bacio al tramonto su uno spiazzo d’erba morta e una passeggiata intorno a uno stagno, mentre le zanzare ronzavano nell’aria che si scuriva. C’è ancora quella singolare perfezione, ed è perfetto in parte perché sembrava, all’epoca, promettere così chiaramente altro. Ora lei sa. Quello era il momento, proprio allora. Non ce n’è stato un altro.

 *

Il problema, dopo aver visto, resta quello di dover comunque affrontare le ore.

Il problema è sempre il tempo: dover attendere che tutto si dispieghi lungo il sentiero della sua intrinseca maturazione, il cui percorso ci è ignoto, sì come occulti ci appaiono gli spiragli degli inizi e i velluti della fine.

C’è solo un momento, nella vita di un essere umano, in cui tempo e arsione coincidono. È la giovinezza, e il suo modo irripetibile di donare un eterno mattino alla vita di una persona.

*

Richard […] dice: “ Non so se posso affrontarlo, sai. La festa e la cerimonia, e poi l’ora dopo e l’ora dopo ancora.”

“Non devi andare alla festa. Non devi andare alla cerimonia. Non devi far niente.”

“Ma ci sono ancora le ore, no? Una e poi un’altra, passi una e poi, mio Dio, dopo c’è l’altra. Sono così malato.”

[…]

“Raccontami una storia, va bene?”

“Che tipo di storia?”

“Qualcosa della tua giornata. Di oggi. […]”

“Allora, stamattina, prima di venire qui sono andata a comprare dei fiori per la festa.”

“Davvero?”

“sì. Era una bella mattina.”

[…]

“Come una mattina quando eravamo giovani insieme.”

“Sì. Così.”

“come la mattina in cui sei uscita da quella vecchia casa, quando avevi diciott’anni e io, allora, ne avevo appena compiuti diciannove, no? Avevo diciannove anni ed ero innamorato di Louis, ed ero innamorato di te, e pensavo che non avrei assistito mai più a niente di così bello come la visione di voi due che uscivate da una porta a vetri nella prima mattina, ancora insonnoliti, con la biancheria addosso. Non è strano?”

“sì, “ dice Clarissa. “sì, è strano.”

“Ho fallito […] Quello che volevo fare sembrava semplice. Volevo creare qualcosa di abbastanza vivo e scioccante, e accostarlo a una mattina nella vita di una persona […]”

*

Mrs Dalloway si dà pensiero perché sa di essere destinata a fallire, Virginia l’ha voluta così, simile a se stessa e alla fine che aveva già da sempre deciso (sin dall’origine); Clarissa si dà pensiero perché sa di avere già fallito, ora non resta che aspettare il volo di Richard, seguirne lo schianto. E cosa ci consola in tutto questo? Le ore, ci consolano le ore, le stesse che ci tolgono la pace. Ci consola la possibilità di poterle raccontare. Partendo dalla fine, ancora e ancora.

“C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.”

 

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