Sulla necessità di leggere “Non fate troppi pettegolezzi” di Demetrio Paolin

Sulla necessità di leggere Non fate troppi pettegolezzi di Demetrio Paolin

– qualche considerazione – 

di Federica D’Amato

Come è lungo un anno e quanto è breve a ricordarne i momenti, quelli che lo fanno unico passaggio, e di noi la porzione di paesaggio che ci tocca. Domani è ottobre e i consuntivi, in vista di dicembre, scaldano i motori, tanto che i momenti, spontanei, iniziano a risalire le correnti della mente. Sottoforma di immagini tornano alcuni volti, dei sorrisi, i giorni decisivi e quelli neri, purtroppo i più pesanti. Chissà se nei consuntivi hanno più valore le sconfitte rispetto alle vittorie, e nell’ipotesi d’una fine la vita non si riduca ad altro che al breve mito dell’infanzia, dove nessuno vince o perde, ma si racconta.

BtuINc_IEAAl-D2Un’immagine, oggi particolarmente vivida, e che voglio portare con me in questo sommario consuntivo, è quella dello scrittore piemontese Demetrio Paolin che parla, gesticolando pacato e quasi assorto nell’impressione acustica delle sue stesse parole. L’occasione si è presentata a marzo, quando Demetrio è venuto in Abruzzo per presentare Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria Editrice, 2014) [d’ora in poi NFTP], un libro bellissimo che, come ho già avuto modo di affermare (qui), resta al primo posto della mia personale classifica del 2014. Non che valga molto conquistare il primo posto nel podio di una ragazzina, ma certo tale primato vale per me che, da lettrice, con questo libro mi son ritrovata in una zona di (apparente) comfort entro la quale dirmi “ecco, questo è il genere di libri con cui voglio onorare il mio tempo, il livello sotto il quale mai scendere”. E il livello, ve lo assicuro, è molto alto. Allora decisi di invitare Demetrio nella libreria in cui lavoro, la Qui Abruzzo, speranzosa di potergli riservare un’accoglienza degna di quel che aveva scritto. Invece il giorno fu piovoso, uno di quei feriali che spaccano la settimana a metà rinchiudendo i pescaresi al caldo degli aperitivi, consuetudine molto cara ai cives adriatici. Furono, così, pochi gli intervenuti, ma Demetrio parlò come se avesse davanti cento persone, tanto che alla fine della presentazione fummo davvero in cento: quei cento che ognuno di noi si porta dentro, e che Demetrio aveva richiamato tutti a raccolta attraverso il mite ricorso a quella che in genere chiamiamo letteratura, ma che in quel momento assunse più il significato di una dichiarazione d’intenti: “ho scritto di queste cose non perché sono letterarie, ma perché sono umane, e parlano di Cesare Pavese, Emilio Salgari, Primo Levi e Franco Lucentini perché vogliono indagare meglio di me, e di tutti voi”, sembrava volerci dire. NFTP è, infatti, un libro che parte da una precisa dichiarazione, riportata addirittura nel sottotitolo di copertina: «La mia dipendenza dalla scrittura». E da qui possiamo partire per elencare, sommariamente e senza alcuna pretesa di seria critica letteraria, alcuni pregi di questo lavoro, che invece è un libro serissimo di critica letteraria, nonostante si guardi bene dall’autodefinirsi. Forse è un libro serio proprio per questo, perché scrive di sé annullando il sé compiaciuto che si cela dietro ogni processo di messa in piega della scrittura.

Innanzi tutto, bisogna precisarlo, Demetrio è uno scrittore. Non uno che scrive, ma uno che racconta le storie a se stesso per approssimarsi meglio e con delicatezza alla vita degli altri. Non lo fa per consolazione, o per atteggiamento, ma perché non può farne a meno. Cosa significa? Significa che un certo individuo ha sovente il serio bisogno di mettere per iscritto dei consuntivi, redigere nel modo più lucido e veritiero il suo esame di coscienza. NFTP parte proprio da un esame di coscienza, così come fece Pavese nei Dialoghi con Leucò, tornando ai suoi «quarti di luna», ricordandosi di «quand’era a scuola e di quel che leggeva», facendo finta che quella finzione sia l’unico segreto a essere vero.

L’ambiente all’interno del quale si svolge questo percorso a ritroso è Torino, mappa terrena e allo stesso tempo celeste di un discorso che si snoda sulla doppia pista dell’accadimento e della sua trasfigurazione, con un Paolin dall’andatura tipica di un flâneur atipico, di uno che cerca nel palinsesto delle vie l’ultima volontà dell’autore. La lontananza è algida, la seduzione urbana e malinconica, come se Torino avesse assorbito la disperazione di Salgari, la solitudine di Pavese, la vergogna di Levi e l’impotenza di Lucentini, e adesso ne trasudasse il senso, monumentale. Penso che quella del genius loci sia una delle idee reggenti quest’opera: tutto parte dal luogo dato che non può esservi immaginario senza luogo, in una equivalenza in cui lo stile sta all’anima come il luogo sta all’immaginario. La compattezza ovvero la forza di NFTP risiede proprio nell’estrema correlazione con cui le idee centrali che sostengono l’argomentazione si richiamano l’un l’altra. Così, il luogo dà nota di minuetto a un altro nucleo intorno al quale Paolin snoda memorabili riflessioni: quella del rapporto tra letteratura e quotidianità, dialettica che negli scrittori ritratti è spezzata dal gesto del suicidio. E qui vorrei soffermarmi su un aspetto fondamentale della questione. Riguarda l’approccio con cui il nostro autore affronta il gesto del suicidio; scrive a pagina 26, nel capitolo dedicato a Salgari «[…] Eppure il gesto del suicidio, il testo del biglietto di addio, hanno una connotazione più strettamente legata alla sua esperienza di scrittore che non a quella di uomo, o almeno a me pare e quindi non interpreto il suicidio, ma lo leggo come se fosse parte di un testo». Un simile atteggiamento non solo toglie finalmente di mezzo qualsiasi tentazione di interpretare il gesto suicida come superomistico o, peggio, naturale sboccio di un crollo psicotico, ma riporta al centro sia la problematica della finitezza d’una vita – “la tristezza connessa ad ogni vita finita” di cui ci parlava già Schelling nel 1809 -, sia il legame di dipendenza che alimenta scrittura e sacrificio. Scriveva Foucault nelle sue celebri riflessioni sulla figura dell’Autore: «[…] ormai la scrittura è legata al sacrificio, al sacrificio stesso della vita; è un eclissarsi volontario che non deve essere rappresentato nei libri poiché esso si compie nell’esistenza stessa dello scrittore. L’opera il cui dovere era di conferire l’immortalità ha ormai acquisito il diritto di uccidere, di essere l’assassina del suo autore». Iniziare a ri-leggere, oggi, certe esperienze letterarie alla luce di siffatti presupposti, credo debba rappresentare un bisogno, più che un esercizio di stile.

demetrio-paolinUn’altra idea centrale in NFTP è quella di intendere il testo come geroglifico, e il suo decifratore (il suo critico, azzarderei) come colui che ha sempre a che fare con la storicità dell’opera, colta nel suo doppio moto di resistenza e svelamento. «Il testo non mente, la scrittura spesso e volentieri», scrive Paolin a pagina 14. Ciò comporta due possibilità: la prima è che a un certo punto il testo parli, ma solo a patto d’averlo camminato in un lungo e in largo, con pazienza ed attenzione, quasi in preghiera; la seconda è che il testo venga riassorbito dalla scrittura, e ci lasci sulla sua superficie a vergognarci di non averlo saputo né accogliere né liberarlo. Le due possibilità non sono intercambiabili, e comportano il rischio del fallimento. A riguardo, mirabili le ipotesi di lettura che Paolin fa riflettendo, nel capitolo dedicato a Cesare Pavese, sul rapporto tra la figura della donna e quella del nemico, e il loro inevitabile cortocircuito.

A proposito di fallimento, vorrei concludere questi pensieri sparsi considerando ogni consuntivo come un penoso elenco di fallimenti, e che il prezzo da pagare per averli non solo commessi, ma anche messi per iscritto, sia la vergogna. Ecco, NFTP è anche un libro sulla vergogna, e sul modo in cui, nel ‘900, per certi intellettuali, il fatto di scrivere abbia deliberato la loro dipendenza dalla vergogna. Forse, come al solito, sto esagerando, ma se Pavese ne La casa in collina scriveva che «se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato», e se l’ippocastano di Primo Levi «non ha vergogna, / in aprile, di spingere gemme e foglie», forse una traccia di vero questa vergogna può ancora inciderla sull’arida terra del contemporaneo. Inviterei, allora, qualcuno a riflettere seriamente sul rapporto che oggi intercorre tra il pudore e l’atto della scrittura (e della pubblicazione). E ringrazierei Demetrio che, nelle sue pagine, umilmente, ce ne ha ricordato la necessità.

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DEMETRIO PAOLIN vive e lavora a Torino. Ha pubblicato poesie, saggi, racconti e romanzi. Ha collaborato con il Corriere della Sera, collabora con il quotidiano il manifesto, con vibrisse e con il sito BookDetector. Alcuni suoi saggi e racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti, Nuova Prosa e Nazione Indiana.

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