La poesia vive di dimenticanza – su Giuseppe Rosato

Ieri ho inserito su Facebook una poesia di Giuseppe Rosato, «Lettera», una delle tante meraviglie che Peppino ha dedicato alla memoria di Tonia, sua moglie, e contenute in La traccia di beltà, un libro che per me è come un portagioie, un geroglifico, la teca inviolabile di un museo antico. Non ho inserito la poesia direttamente su Facebook – sottoforma di post, intendo – , ma l’ho prima scritta su Effeffedi, uno spazio WordPress che gestisco, per condividerla solo successivamente sul social network. Quando decido di rendere pubblica una preferenza di lettura, il passaggio blog > social è per me essenziale, sebbene ai più possa sembrare inutile. Il motivo è facilmente intuibile: su Facebook la comprensione si consuma nel breve giro di una lettura veloce e distratta, e quel che viene fruito – si tratti di poesia, racconto, o pensiero – è condannato dal suo stesso apparire a sparire per sempre, a naufragare nello scorrere eracliteo della “grande bacheca”. Dare luogo a un contenuto per noi importante, invece, credo comporti non solo il dovere di dargli spazio, ma anche quello di caricarlo di tempo, conferendo respiro sia al testo che al suo destinatario, creare una piccola oasi di sosta per chi ha bisogno di fermarsi davanti al nascere delle parole. Un blog o un sito serve proprio a questo (forse).

Foto protetta da Copyright @Ianieri Edizioni @Maria Rosato
Foto protetta da Copyright @Ianieri Edizioni @Maria Rosato

Perché mi sto attardando su siffatte specificazioni? Perché vi sono delle cose che vanno precisate. Almeno per me. È accaduto, quindi, che appena ho inserito su Facebook la poesia di Rosato, qualcuno ha commentato scrivendo «un grande dimenticato». Questa persona ha poi cancellato il suo intervento. Fortunatamente, aggiungo. Innanzi tutto voglio ricordare che Giuseppe Rosato, uno dei più grandi poeti italiani, è vivo e vegeto: ha ottant’anni, vive nella sua amata Lanciano, in Abruzzo, e questo essere “dimenticato” o tantomeno “considerato” / “ricordato” è un problema che non lo sfiora (e non lo ha mai sfiorato). Il fatto che un poeta non sia registrato su Facebook, che non faccia comunella né coi poeti feisbucchiani né con quelli delle accademie o dei vari parnasi, non significa che non esista o tantomeno che sia “dimenticato”. Anzi, forse esiste il doppio proprio rispetto a noi, poveri scemi che crediamo di raggiungere la gloria attraverso il numero di “mi piace” ottenuto dai nostri post “letterari”. E poi, penso: ma dimenticato da chi? dai quattro imbecilli che oggi detengono l’amministrazione della poesia italiana? dagli sciacalli dei blog letterari? dalle riviste che spesso nascono “per fare dispetto a”? dai festival? dai parchi? dalle riserve della poesia? dalle marchette recensorie dei poets laureate? Allora, se un poco penso di conoscerlo Peppino, credo che egli sia felicissimo di questo tipo di dimenticanza, come dovrebbe esserlo ogni persona che tenta la poesia, su di sé vivendola, quasi con la paura, la vergogna e l’orrore di essere ricordata. O inserita sulla timeline di un social network.

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