La misericordiosa frazione di un millimetro – su “Suite celeste” di Arnaldo Colasanti

suieSuite celeste (Gaffi Editore, 2014) di Arnaldo Colasanti è un libro che ti lascia un lago dentro. È un libro difficile, altissimo, volutamente oscuro eppure innocente, a tratti così terso da mostrare tutta la propria fragilità, ma anche la sottile crudeltà dell’infanzia. È un libro in cui Colasanti raccoglie saggi dedicati alla letteratura francese, una suite di tre movimenti la cui tonalità è quella sofferta della preghiera e insieme del ringraziamento, ma la cui ambienza è celeste. Questo colore è il timbro delle pareti della camera all’interno della quale si svolgono le danze e le sonate, è «la camera della solitudine», dove Colasanti cerca di riprodurre la serenità del cielo. Ma questo tentativo sembra come adombrato dalla malinconica consapevolezza – tutta moderna – di non potere mai replicare ciò che la natura riserva solo a se stessa. Celeste addiviene dunque il colore della nostalgia, ma anche la sfumatura più intensa delle lacrime del ragazzo Ellis, il colore del sangue del cervo di Dio, la rottura del crepacuore o il dileguo dell’anima, “l’etterno” ricominciamento del mare. Celeste è «il nutrimento quotidiano della gioia», scrive nella nota finale Colasanti, dove è dichiarato il grande amore per una letteratura forse mai letta così come la legge, e la culla, e la induce al riposo il nostro saggista. Un lavoro, quello di Suite celeste, che proviene da una lunga frequentazione dello specifico francese, ma che non ristagna in sé bensì si dona al vasto cielo della letteratura europea, con un ritmo poematico e con aperture che a tratti sembrano muoversi verso l’inciso gnomico, filosofico: «La città, lo sguardo, la giovinezza, i passages: l’enigma inesauribile del possesso sessuale della donna. Ovvero, la Francia, la letteratura francese che ammira la Francia, i soliti due specchi che si fronteggiano con una smorfia». Un libro amuleto da frequentare a piccole dosi, nel tempo, ma con costanza e dedizione, un libro delle ore che, come con l’Oberman di Senancour, «va letto a colpi di fede». Tre movimenti in cui ascoltiamo rispettivamente l’”allemanda” su Senancour, Stendhal, Barthes e Molière, la “corrente” su Hugo, George Sand e Remy de Gourmont, e infine la “sarabanda” sui Goncourt, Drieu la Rochelle, Queneau e Gide. Uno spartito scomposto in cui lo stile di esecuzione dà coerenza a quel pensare «a cose lontanissime eppure spiritualmente prossime», che sono la nostra vita, incisa a colpi di lapis, «materia di talenti e di sotterfugi miracolosi, caritatevoli, per cercare di stringere la felicità dentro la cattività della malattia di noi moderni». Ogni capitolo declina un rapporto differente con il “tu” al quale si rivolge, alterità che non è ipotizzata come semplice lettore-individuo, ma come entità più ampia, un referente europeo che contenga l’intera crisi della modernità e il suo superamento, la tragedia del prodotto e del consumo.

senColasanti si appella a questo “tu”, gli chiede ascolto ma anche, e ancora una volta, la contemplazione di un colore centrale, di quel «celeste di tutta la vita che ci riempie e ci appassiona e che ci stringe e ci sconquassa: […] il celeste della luce dell’esistenza. Cosa sarebbe stata la nostra vita senza questa enorme luce? Cosa sarebbe l’esistenza, te lo domando, nell’infinita trasmigrazione dei pensieri attraverso lo spazio e il tempo, se non avessimo visto questa luce celeste? È tale la domanda che viene in mente al lettore. Ma forse è anche questa l’atrocità di Oberman: la sua risposta. Tento di dirlo così: la vita, la letteratura, il pensiero non sono altro che il sogno in cui accade, se accade, la luce». Credo che il primo saggio, quello dedicato al capolavoro di Senancour, sia il luogo in cui accade l’intera luce di questo libro, il punto centrale del lago dal quale si irradiano le piccole onde energetiche della letteratura di cui Colasanti intende parlarci. È il capitolo, il primo, in cui l’autore teorizza intera la teoria “del celeste”, il momento in cui programma un destino al suo ragionamento: «Celeste è la realtà: celeste è il tempo e tale è lo spazio umano in cui l’ombra non è il male, né la luce è il bene del chiarore, perché il nostro tutto assoluto, la vita, è davvero come Dio, un binario morto che attende, la realtà di un’ombra indistinta, errante, perduta nel tenebroso abisso […] Oberman non è una condanna: è la vocazione alla profondità splendente della bellezza. Ma quello che dobbiamo accettare è che non è più possibile una domanda sul chi e cosa siamo noi uomini. Al contrario, abbiamo solo risposte da offrire: quello che c’è da fare di miracoloso e di sfinito in questa eternità di cieli celesti, erranti nel bosco di notte del tempo». Questo celeste, allora, alla fine ci cade addosso, come se a schiacciarci fosse non solo più il cielo, ma anche la sua avverata mancanza di domande, la forza che ci chiede di dargli ancora un senso perché «tutto ciò che accade è vero, si fa opprimente, ci reclama, è la misericordiosa frazione di un millimetro».

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