“Avere trent’anni” nelle parole di Andrea Caterini

Il critico letterario Andrea Caterini scrive di “Avere trent’anni” (Ianieri Edizioni, 2013), custodendone intatto l’indecifrabile paesaggio.

«Avevo letto Avere trent’anni per la prima volta appena la casa editrice, la Ianieri di Pescara, me lo aveva spedito. Mi era piaciuto e l’avevo anche detto all’autrice, Federica D’Amato, che non conoscevo di persona. Mi aveva colpito la misura, la maturità di una lingua poetica che sentivo forte e già solida. Poi ho conosciuto Federica – è importante conoscere le persone; è importante capire se le persone somigliano a quello che scrivono – e così ho desiderato rileggere il libro e mi sono sentito sciocco e ridicolo per la freddezza con la quale le avevo scritto quel primo messaggio di cortesia. Avere trent’anni è sicuramente un libro su un’infanzia perduta, su un passaggio (ma se dicessi una “linea d’ombra” sarebbe già un’espressione di mestiere, tanto più che con la linea conradiana, questo libro ha davvero poco a che fare. Ma si sa che certi libri diventano proverbi, e giorno dopo giorno si allontanano da quello che sono. Poi i libri non li si legge più, o li si legge come proverbi, appunto, e allora tutto il dolore e l’attenzione che è costato scriverli – e viverli – si eclissa). Quindi Avere trent’anni è un libro che guarda, contempla l’infanzia ferita e ad essa si rivolge. Perché quel “tu” a cui il poeta parla, potrebbe essere sì un amore (e di fatto un amore è – perché solo l’amare conta, solo se l’amore è in essere si conosce) ma è più esattamente una seconda persona che non si vuole lasciare andare via; meglio: una persona che ora presta il volto a chi la pronuncia per poter cominciare a parlare, perché chi parla è un adulto che custodisce negli occhi un bambino, «Adesso che ho trent’anni/ e mi sembra d’averne vissuti uno/ uno soltanto […]/ in cui dissi sì […]/ sì a tutto quello che doveva morire/ sì a tutto quello che doveva incontrarsi/ uno, uno solo è l’incontro di noi verso/ quel sì che scegliemmo e fu una voglia/ di sangue[…]». Ma attenzione, perché allora quel passaggio che si diceva è tutto in quell’avverbio, «sì», ripetuto in questi versi. Un avverbio che ha il suono di una scelta. Ma cosa si è scelto veramente; cioè, la verità di questa poesia è in una scelta o in qualcos’altro, qualcosa a ben vedere di opposto alla scelta, qualcosa che somiglia a un abbandono? Il «sì» allora, è uno stravolgimento, «una voglia di sangue», il luogo in cui ci si trova ora, lo spazio d’eternità di un solo giorno, «Ora d’assoluto non c’è che un giorno», e subito dopo, «Ora d’assoluto non c’è che il giorno». Spesso i versi ripetono parole, espressioni, si reiterano non per una necessità ritmica, ma per uno slittamento di senso. L’articolo indeterminativo «un», riferito a una possibilità ipotetica di «giorno» «d’assoluto», si trasforma qualche verso dopo in un articolo determinativo: «il». «Un giorno» è divenuto «il giorno», il solo dove ogni cosa è possibile perché accade. Poiché l’infanzia che si osserva non è lo svegliarsi della memoria, ma un paesaggio. Si potrebbe dire meglio che quel paesaggio non è da osservare ma è già osservato. Un paesaggio che è un’idea. Di fatto, quell’infanzia è una teoria; lo spazio del già accaduto – un volto che tutto ha già interiorizzato. Nulla a che fare con la memoria; piuttosto un cristallizzarsi dell’esperienza. Ma se l’esperienza dell’infanzia è cristallizzata non lo è il luogo di chi quel “tu” pronuncia. Perché chi parla è dentro una calma apparente, la voragine della realtà dentro cui l’infanzia l’ha spinto. Insomma, l’infanzia è qui un fenomeno, già un giudizio. L’infanzia è presagio: «nel dannato mezzodì/ di questo nostro avere trent’anni/ nel mezzodì la mano che ci attende/ dietro la cortina c’è il reale/ il baratro era il reale/ del giorno lì una bocca feroce/ mi rende sua se tuo/ era il mio io più vero». No, non è una poesia simbolica questa, però come non fare caso a quei trent’anni del titolo, che tornano spesso nei versi di questo poemetto. Perché qui non ci sono solamente un “io” e un “tu”, ma anche una terza persona a cui tutto è affidato. Cioè, quei trent’anni potrebbero essere stati venti, o quaranta se non indicassero quella cosa precisa che è la terza persona, il compimento di un segno, la verticale di una croce. Ancora, quel trenta è un tre e uno zero. C’è un io, dentro il «baratro» del «reale», e poi c’è un tu, che è l’«io più vero». E poi c’è il tre, che è il custode del giorno della separazione. Guarda, mi dico, il poemetto è una sola poesia che cerca di ripetere «il giorno», il giorno zero, di perpetuarlo in un’immagine iconica. Eppure tutto sanguina, quando arriva la cesura, il momento della separazione in cui il giorno accade per mezzo del possibile, ed è la voce di un angelo, di un mediatore che fa cadere le menzogne e che sigilla un patto tra l’io e il tu – ed è un patto di pane: «Vieni con me alla casa del pane/ posso darti consolazione/ posso pagare con una mollica/ la forma della tua mano sulla mia». Ecco «l’intimo accadere dell’umano», come scrive l’autrice nella nota finale, ecco il sigillo di una promessa mantenuta, in cui la vita si riconcilia alla realtà, in cui le ferite – l’esperienza dell’infanzia – sono perdonate. «Vieni nella casa del pane», lì, nel luogo in cui ogni giorno è il primo giorno, ogni anno è il primo anno; lì, nel luogo in cui non si ha più paura di essere soli».

Andrea Caterini

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