“Avere tanti anni. un tentativo di auto-poesia”. Avere trent’anni (Ianieri) nelle parole di Önay Sözer

Sulla rivista di filosofia “Azioni Parallele. Quaderni d’aria Luoghi (non troppo) Comuni”, numero 2-2015, lo studioso Önay Sözer scrive un brillante saggio sul libro “Avere trent’anni”, Ianieri Edizioni, 2013. Il professore Sözer si sta occupando della traduzione in turco del volumetto.

«Il termine “poesia” proviene dall’etimo greco “poiein”, che significa “fare”, la cui forma sostantiva “poiesis” ha il senso di “produzione”, “costruzione”, “composizione” o “preparazione”. Se una poetessa come D’Amato scrive la sua autobiografia in forma di poesia, non vuol forse questo dire che anche il contenuto di questa narrazione si trasforma e che la sua vita diviene qualcosa di “fatto” da questa stessa persona, un prodotto vivo, in cui si prepara qualcos’altro rispetto a quanto fin qui esisteva? Non si trasforma così anche questa vita (la cosiddetta autobiografia) in un’immagine della fantasia matura, più che dell’arida memoria, non diviene un sogno trasparente delle cose, anche se non facilmente intuibile, un delirio sottile, ma non confuso, quando la poesia diventa più forte e dice l’ultima parola? Leggendo la “Nota dell’Autore” dovremmo rispondere di sì:

I testi dell’avere trent’anni più che poesie sono dei tentativi di raccontare l’approssimarsi della perdita, l’andarsene dell’innocenza verso una fedeltà più matura alla propria infanzia (p. 41).

“L’approssimarsi della perdita” è un’espressione che implica il fatto che la perdita non sia ritrovabile, ma che sono un avvicinarsi sia possibile. Come è strutturato il tempo di questo avvicinamento che può continuare tutta la vita, ma anche per un’infinità? E che succede durante questo tempo, che cosa incontriamo per la strada, a metà della strada, al passaggio dall’infanzia alla maturità? L’autrice scrive:

La catarsi è ritrovarsi vivi, nonostante tutto ancora esili creature in cammino (ibid.),

allora, non si tratta di trovare la perdita, ma solo di “ritrovarsi”. Questo non è forse una specie di suicidio, un trovare il nostro cadavere, se la perdita riguarda una parte essenziale di noi stessi?
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Önay Sözer è professore di filosofia all’Università di Istanbul. Studioso e romanziere, è autore di numerosi saggi, pubblicazioni accademiche d’ambito filosofico, e di quattro romanzi. Ha studiato tra la Germania, l’Italia e la Francia, al fianco di Jacques Derrida. Attualmente si sta occupando dei rapporti tra filosofia e psicanalisi. Vive tra Istabul e Roma.

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