Piccola inchiesta sul provincialismo. In che modo blocca o rallenta la crescita culturale? Simone Gambacorta a Pescara

piccolainchiestasulprovincialismo-693x1024Simone Gambacorta è una di quelle persone che rende sopportabile il mio vivere, lavorare, amare e odiare in provincia. Abitiamo in due città abruzzesi forse troppo distanti per la quotidiana voglia di dirsi, raccontarsi i misfatti e i miracoli delle nostre ironiche, malinconiche esistenze, ma non abbastanza lontani da non riuscire a sentire che i pensieri l’uno dell’altro si chiamano e in dialogo ci fanno incontrare, al di là di quei piani di bisogni e doveri che chiamiamo realtà. Simone, che è un collega giornalista, ma in primis un vero e sano e genuino critico letterario – e lo è perché mal sopporta l’esser considerato tale – ha messo insieme una serie di indagini o inchieste sul provincialismo, esemplando un libretto che tutti potrebbero leggere: Piccola inchiesta sul provincialismo. In che modo blocca o rallenta la crescita culturale? (Galaad Edizioni, 2015). Oggi giovedì 5 novembre 2015 ne parleremo insieme, per la seconda volta, a Pescara, alle ore 18 al Circolo Aternino, nella zona vecchia della città. Parte del dialogo nato intorno al suo intelligente libretto è riportato in questo articolo, mentre l’intervista completa potrete leggerla il prossimo anno nel mio Il cuore sta bene. Taccuino di letture. 

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Ho il sospetto che se tu avessi coinvolto, in questa inchiesta, gli addetti ai lavori delle più grandi, e pensate meno provinciali “città metropolitane” italiane, avresti ottenuto ben altro effetto di verità rispetto a quello raggiunto…

«Ma guarda, in effetti questa cosa è nata così, come un esperimento giornalistico, e si chiama “inchiesta” non senza autoironia. Ho interpellato, molto velocemente, direi quasi in tempo reale – con Facebook, con le mail – una serie di persone – scrittori, poeti, saggisti – per sapere in che modo, secondo loro, il provincialismo blocchi o rallenti la crescita culturale. Devo dire che, al di là delle diverse città in cui queste persone vivono, quindi al di là delle realtà che quotidianamente frequentano, sono venute fuori risposte piuttosto coerenti. Non so se si sia raggiunto un qualche effetto di verità – parola sempre troppo impegnativa – ma certamente si è ottenuta – e questo in fondo era lo scopo – la certificazione di una serie di punti di vista. Personalmente sono molto soddisfatto di quanto è stato – per così dire – “acquisito agli atti”».

… Come ho il sospetto che la ricchezza ed efficacia degli interventi di chi hai intervistato provenga dal loro vivere e lavorare in provincia. E’ così?

«Concordo. Senza dubbio le risposte degli amici interpellati si sono giovate di un’esperienza diretta, pregressa o attuale che sia: quella di vivere o provenire dalla provincia. A questa esperienza si aggiunge però – e sta qui il punto determinante – il loro essere, a vario titolo, addetti ai lavori, ossia operatori culturali, intellettuali. Quindi osservatori quanto mai consapevoli dello scenario culturale cui la piccola inchiesta si riferisce».

Il tuo lavoro nel mondo del giornalismo culturale e della letteratura nasce con la consapevolezza di “essere un provinciale” ovvero con l’esigenza di indagare i limiti di questa condizione alla luce delle qualità che ne informano l’autenticità. Con l’inchiesta e la maturità, sei giunto a una conclusione pacificante?

«Sono giunto a una conclusione che coincide con la premessa di questa piccola “inchiesta” e che, almeno per quanto mi riguarda, funziona anche come auspicio: vale a dire che si può vivere in provincia, cioè essere – letteralmente – provinciali, senza per questo pensare o agire in modo provincialistico; o almeno sforzandosi di non farlo, oppure riconoscendosene responsabili quando lo si fa. Poi, è chiaro, e lo diceva pure Croce, che quando si applica un’idea a un contesto concreto, quando la si riversa in esso, non si può che constatare un più o meno ampio disallineamento tra – e lo traduco in parole brutalmente semplificatorie – tra la teoria e la pratica; o tra la dottrina e la giurisprudenza, per dirla con un linguaggio più giuridico: e si badi che il diritto è troppo spesso erroneamente considerato come un sistema meccanico, il che è clamorosamente inesatto, appunto perché il diritto nasce per regolamentare la vita tra gli uomini, e perciò rivela spesso, specie in alcuni suoi principi, un’adesione straordinariamente significativa ed esplicativa riguardo la vita».

Qual differenza intercorre tra un provinciale e un parisien?

«Mi viene in mente qualche provinciale che fa il parisien con conseguenze pirandelliane. Che poi, spostando un po’ il campo del discorso, è più o meno quello che avviene anche quando si agisce secondo un ruolo, secondo un copione, insomma in obbedienza a un’idea che rifiuta l’accettazione di essere banalmente quello che si è. Ecco, ritengo che uno dei comandamenti del perfetto provinciale contraddica quella che forse è la maggiore lezione – necessariamente involontaria – del grande, grandissimo Flaiano: osservare gli altri e se stessi alla luce di quella mediocrità, di quella modestia complessiva, che appartiene in un modo o in un altro a tutti. Questo discorso tocca, e dovrebbe sperabilmente mitigare se non proprio neutralizzare, quel velleitarismo acritico tipico del fare provincialistico. Anche se ovviamente non si limita a questo».

Qual differenza intercorre tra un borgataro e un cafone?

«Per me, so di essere ovvio, borgataro chiama Pasolini, che a quarant’anni dal suo assassinio è, purtroppo e per fortuna, più presente che mai; così come cafone chiama Silone. Sono due parole molto più belle, in questo senso, di quanto la vulgata lasci pensare. In ogni caso sono, erano, due forme di non omologazione, di resistenza particolaristica, ed estranee alla simulazione e all’acculturazione. Nei termini, per lo meno, enunciati dal Pasolini corsaro e luterano».

Nel libro definisci il provincialismo come “fantasma”… E io, banalmente, penso che un fantasma si aggira per l’Italia, è il provincialismo!: ma non sarebbe qualcosa di assolutamente normale, dato che noi nasciamo, storicamente, come gustosissima, e sanguinosissima provincia?

«Non ci piove, ma non vorrei che si pensasse che io consideri la provincia come il male assoluto. Ci mancherebbe e sarei matto se lo pensassi. La provincia ha le sue forme di bellezza, le sue risorse nascoste, le sue possibilità, i suoi colori, le sue consolazioni, le sue anestesie tentatrici. Il punto non è l’essere provinciali, condizione che peraltro può offrirsi anche a dei piacevoli profili di sano snobismo. Il punto è semmai lo scadimento provincialistico: cioè la chiusura, con tutti i corredi di enfasi e mitologie localistiche e strapaesane, ricicli e appunto velleitarismi vari. Del resto, dalla piccola “inchiesta” emerge un dato: l’impossibilità di far combaciare in modo automatico una realtà di provincia con una dimensione provincialistica. Pomilio, che la conosceva bene, scrisse che la provincia è uno stato d’animo, prima che uno spazio, e credo avesse ragione».

… e se il provincialismo non fosse altro che un capro espiatorio atto ad impedire di assumerci le nostre responsabilità e diversità culturali?

«Secondo me è provincialistico organizzare dieci convegni di fila sul rapporto tra Croce e Pescasseroli, e lo dico come esempio e con tutto il rispetto per il borgo aquilano, senza avere mai la tentazione di fare uno su quel che del filosofo pensava Borges. Questo tipo di scelte, in un senso o nell’altro, sono a tutti gli effetti assunzioni di responsabilità. Lo stesso vale – pesco un altro caso dal sin troppo folto mazzo – per Kikuo Takano, uno dei maggiori poeti giapponesi scomparso alcuni anni fa. Con l’Abruzzo ha avuto un rapporto molto forte, ma forte non soltanto per questioni amicali o per affezione, che sono aspetti dei quali possiamo altamente infischiarcene, pur rispettandoli nella loro significazione aneddotica o comunque secondaria. Takano, che non era italiano e nemmeno europeo, e che esprimeva una cultura di provenienza non esattamente gracile, trovò in Abruzzo uno spazio “altro”, tanto che la sua visita al Bosco di Sant’Antonio, a Pescocostanzo, segnò un vero e propio impatto, una autentica svolta nel suo intero percorso di poeta. E’ chiaro che tutto questo non si può ridurre a un episodio, a un raccontino cartolinistico o promozionale. Non lo si può fare perché il quel caso è avvenuto qualcosa di più profondo e – in senso lato – traumatico. Un’esplosione, una vampata, uno scoppio. Ecco, su questa vicenda, che pure ha conosciuto isolate forme di interesse non corrivo, e che evidentemente ha a che fare con la sempre sbandierata necessità di conoscere questa benedetta regione, sarei felice se si facessero non uno, ma cinquanta convegni. Forse potremmo mettere a fuoco qualcosa di nuovo. In Abruzzo, e lo dico in altra direzione e per proporre un altro esempio ancora, abbiamo avuto grandi poeti in dialetto, e per tutti cito Luciani. Questi poeti sono tali al di là del loro essere abruzzesi e al di là del fatto che abbiano scritto in dialetto. E’ tuttavia anche in quell’ambito, cioè nella poesia in dialetto, che si sono registrati e si registrano gli epigonismi più nefasti quando non ferocemente beceri, e non solo in Abruzzo. C’è gente che vanta – credendoci – chilometri di presunti titoli curriculari, tra premi e premietti, senza magari un grammo di interesse per Foscolo o Mark Strand».

Quanto il provincialismo ha a che vedere con l’incapacità degli intellettuali e scrittori italiani di somigliare a quello che scrivono?

«Non lo so, e qualsiasi risposta sarebbe generica e generalizzante, cioè mendace. Però credo che il provincialismo abbia molto a che fare con la pretesa di tanti italiani di essere considerati scrittori e intellettuali, con l’adesione, la complicità con tutto quel diffuso indotto essenzialmente imitativo e sovente grottesco che ne deriva».

Ma tu credi davvero che, nel nostro lavoro, “stare”, operare, insomma darsi da fare su Facebook – et similia – serva alle nostre abitudini mentali? Oppure non è altro che un debole (e aggiungerei un po’ puerile) tentativo di ritardare il momento di mettersi sul serio al lavoro sulle e con le parole del nostro tempo?

«Che vuoi che ti dica… Il mio lavoro consiste nel curare le pagine culturali di un quotidiano locale, ed è un lavoro che inizia e finisce ogni giorno, va veloce, e altrettanto velocemente fagocita i contenuti che vanno in pagina. Alla luce di questo, e con una coscienza francamente molto severa dei miei limiti, cerco di schivare quanto più possibile le secche localistiche e i rischi che provengono da una scarsa selezione. Voglio dire: Teramo, la città dove vivo e lavoro, si trova tra due fiumi, che sono il Tordino e il Vezzola. Ecco, penso che, quanto alle pagine di cultura, perché con la cronaca è evidentemente diverso, sia importante agire tenendo presente che il mondo non inizia e finisce fra quei due fiumi. Sarà sbagliato, sarà eccessivamente pedagogico, sarà arbitrario, sarà quello che vuoi. Però questo è il mio criterio, e non è affatto un criterio che esclude il locale. Semmai è un criterio che non si risolve nel solo parametro del locale. Altrimenti basterebbe fare un continuo copia/incolla di comunicati stampa e agenzie e tutto diventerebbe beatamente ovvio. E facile».

 

Dopo il paesologo e l’abbandonologo, nascerà anche l’indispendabile figura del “provinciologo”?

«Flaiano diceva che il cretino è sempre più specializzato. Cito a memoria, ma più o meno il senso è questo. Perciò sì, è possibile».

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