LA CALMA DELLA TEMPESTA – Saggio critico di Donato Di Stasi su “Avere trent’anni”

“Federica D’Amato sembra possedere la rara capacità di rifare l’orlo alla poesia e di rinnovarla. In questi tempi putridi e stagnanti è una notizia da non sottovalutare.”

*

Ci sono i giorni, e poi ci sono gli incontri. Come l’incontro avvenuto con Donato Di Stasi, intellettuale tout court, di quelli che oggi appaiono come una reliquia, irrimediabilmente perduti nelle caditoie del ‘900. E per questo poeta integrale, Di Stasi, attraverso tutte le espressioni del suo inconfondibile dare significato alle parole. Ha letto il mio Avere trent’anni (Ianieri, 2013), e ne è uscito fuori un saggio in cui mi è risultato impossibile non rispecchiarmi completamente: anche così i libri che abbiamo scritto riprendono vita, rinnovano le nostre ferite attraverso il fuoco dello sguardo altrui; anche così esse si chiudono, solo per dirci che le abbiamo curate bene e che è tempo di ferirsi di nuovo, ferirsi più a fondo.

Nel lungo scritto a seguire, Di Stasi divide il discorso in sei sezioni, informando complessivamente una lettura esaustiva e quanto mai appassionata, per cui non potrò mai smettere di dirgli grazie.

Buona lettura

*

 

LA CALMA DELLA TEMPESTA

Ragguagli critici su Avere trent’anni di Federica D’Amato

Ianieri Editore 2013-2015

  1. Il senso del libro. Una lunga interminata confessione-riflessione-weltanschauung, spezzata in 450 versi, 60 strofe e 25 testi. Avere trent’anni si dipana tra slanci vitali e ripiegamenti melanconici, sentimenti, sensazioni, eventi straordinari e insignificanti, sistemati all’interno di una tessitura complessa, fortemente originale, nel senso della scaturigine, dell’origine segreta, generosa e ardente, dei pensieri più remoti che possono abitare la mente di un individuo.

Chi ha composto questo fortunato poemetto possiede già un suo timbro, una sua voce riconoscibile, frutto dell’ascolto attento di mille altri poeti (Amelia Rosselli, Cesare Pavese in primis). Sfogli le prime pagine e un’onda sonora ti investe, ti sferza con i suoi flutti e le sue macerazioni, ti scaglia addosso tutto il dolore che turbina dentro l’anima, per regalarti poi la suprema quiete dei versi più intensi che trasfigurano e placano, spumeggiano e si acquietano in un credibile approdo (la fermezza e la dignità della ragione).

Avere trent’anni è un libro che non si riesce a chiudere, tanto le parole premono e pretendono un’adesione convinta e irrevocabile alla vita, appesa al filo del tempo, palmo a palmo (“Adesso che ho quasi trent’anni/e mi sembra di averne vissuti uno/uno soltanto nel giorno di Versilia/in cui dissi sì alle lampare invadenti”, p. 10).

La lingua si attacca al palato, trattiene con forza i ricordi, perché è iniziato il tempo dell’elegia (l’età adulta), l’anticamera del silenzio e dell’accidia. Solo chi sa accogliere e tenere a freno la nostalgia, riesce a trasformare il balbettio del tempo perduto (l’infanzia&l’adolescenza) nel desiderio di cantare a voce spiegata: Federica D’Amato (classe 1984) non fa collimare la sua scrittura con i borborigmi della poesia lacrimosa, la fa collidere aspramente con l’incedere bolso di molta antipoesia circolante, perseguendo un suo imperativo etico, una sua condotta rigorosa che la porta a offrire qualche consolazione nella consapevolezza di aver toccato ferite che non rimargineranno mai.

  1. Il laboratorio di una poeta. Se la poiesis fosse una comoda taumaturgia tascabile e non una spina nella carne, a che tanto spreco di fiato?

Anacoreta e guerriera, la nostra autrice va all’incontro con il suo io più nascosto, per nulla intimorita dagli interrogativi, dalle incertezze, dalle inquietudini che le gravano addosso (“Come si fa piccolo/quel che conosco/è piccolo solo quel che posso/conoscere il resto imbarazza/se noi nascemmo nell’ora/solitaria piccole eravamo/la testa nelle mani di quel dio/tra i fili d’erba c’eravamo anche noi”, p. 25).

Quante volte al giorno, chi si intestardisce a comporre un poema, compie il giro della propria prigione? E un libro basta per visitare tutti i luoghi oscuri della coscienza?

Alienata e sradicata, così com’è concepita oggi, l’esistenza non consente vie d’uscita, per questo Federica D’Amato tenta di toccare tutti i punti cardinali dell’esperienza con un suo discorso epico e allegorico. La tramatura allegorica denuncia un temperamento contemplativo (l’anacoreta), capace di sublimare le distanze spazio-temporali e di contenerle in una versificazione ellittica e asseverativa. Dovendo affrontare il gigante del nichilismo, lei indomita guerriera con le sue armi della creatività e della combattività (un epos modernissimo) trasforma il punto d’arrivo della giovinezza nella prospettiva ambiziosa di universalizzare il proprio vissuto, non essendoci salvezza nello starsene isolati, soggiogati dagli schemi esteriori di una società brutale.

Si può ancora versare miele nelle orecchie dei distratti e dei catatonici, potendo la poesia al suo livello più alto abolire meccanicità e solitudine, per sostituirvi l’esigenza spirituale della disponibilità e della mobilitazione etica (“Che innocenza ragazzi/noi sansebastiani da quattro soldi/noi che pagheremo le stagioni amare/torneremo oggi nella pioggia/a tirare palloni, tu in fondo disegna/la porta il quadro magico della soglia/tu punta di stelle preparati a giocare/anche se piove preparati/ad entrare nel tempo/a segnare per sempre”, p.21).

Un ritratto generazionale e speculazioni esistenziali conferiscono al narrato una rastremata evidenza espressiva: lo sguardo appare volto all’indietro e contemporaneamente proiettato verso un futuro nel quale non stona la parola speranza.

In questo consiste il lavorìo della scrittura: è vero, ogni valore più caro è corrotto o pronto a corrompersi, ma questo non esclude la possibilità di un ricongiungimento fra dimensioni temporali radicalmente lontane, lasciando intravedere le permanenze come qualcosa di impossibile e di necessario insieme, mentre il senso comune non impedisce che il presente affoghi in un’effimera evanescenza senza progettualità.

L’autrice ricorre a uno schema compositivo straniante allo scopo di fornire alle azioni consuete e quotidiane (l’esempio di ragazzi che giocano a pallone) un suggello di interesse, assegnando alla provincia (nel nostro caso quella abruzzese) l’identità di un microcosmo da attraversare in ogni suo angolo e da portare sul palcoscenico della Storia ufficiale.

Detto questo, è bene sottolineare che Avere trent’anni sfugge al realismo epidermico, non rincorre esteriorità spicciole e minimalismi alla moda, approfondisce l’interiorità, tiene in piedi le quinte del dramma individuale e collettivo. Se non ci può sottrarre ai colpi inferti dagli anni e dal destino, almeno si possono evitare i piagnistei, le querule e inutili lamentazioni che riempiono pagine e pagine dei cronicari spacciati per letteratura.

  1. Di alcuni temi in generale. “L’angelo è ferito/ha disceso il tempo e non sapeva/che qui tutto è una ferita/…/Quando ti incontri/abbi pazienza,/prendi l’angelo in cura” (p. 33). L’urgenza di sprofondare nel tempo di cui parla Baudelaire ritorna tematicamente in questo poemetto al vaglio ermeneutico, nel quale si mette in conto di dover affrontare certi abissi, di doversi portare diritti nell’inconveniente di essere nati (Cioran).

In uno stile nitido e sentenzioso Federica D’Amato dilata i suoi pensieri reconditi, li riveste di parole non falsate dal culto fariseo della bella frase a ogni costo. Il brillìo dell’invenzione si mescola agli spasimi delle recrudescenze esistenziali per inverarsi in un rovesciamento scettico: all’angelo muto, senza più una buona novella da annunciare, non rimane che l’aiuto umano, non gli resta che invocare i fragili e transeunti esseri terreni affinché riprendano in cura il divino, il metafisico, l’Oltre, venuti a mancare con il loro orizzonte di apertura spirituale e di valori autentici, rispetto ai bagliori del ciarpame consumistico in voga.

La vita si conferma una tragica impostura, un travestimento per attori sussiegosi che non imparano a scrutarla e che manifestano poca voglia di incamminarsi verso i suoi reali abissi luciferini e le sue ideali e non comprovate altezze angeliche (“I passi conta o disfa/del percorso in avanti verso/la ferita, ragazza sposa la ferita/oggi una spina un passo manca”, p.34).

I versi sono spezzati e assorti, secchi quel tanto per non incorrere nelle mollezze del lirichese: Geist e Leben (Spirito&Vita), introdotti con parole scarne, vanno interpretati in modo chiaro come enti che si concretizzano incessantemente dentro forme determinate e sfuggenti, facendosi uno il romanzo dell’altro.

La poesia esprime e riplasma ciò che si inceppa nel suo fluire, ciò che avanza e denuncia i suoi limiti (la vita), ciò che si manifesta nella luce abbacinante, ma corteggia il mistero e la morte (lo spirito).

Come la scrittura va verso tutto e tutto attraversa, spazi grandi e minimi, accadimenti privati e sociali (la bomba alla stazione di Bologna nel 1980), così la realtà (il suo specchio ustorio) si ordina e si squaderna razionalmente, quando trova un linguaggio adeguato e definitivo, con il quale le cose assumono consistenza e i fatti della quotidianità ricevono la loro giusta collocazione senza esporli a una fenomenologia d’accatto, a una pedissequa elucubrazione senza costrutto alcuno.

Federica D’Amato prende a oggetto l’esperienza comune, la ricapitola di continuo, evita di farne una mera comunicazione d’esistenza, lasciandola entrare nella poesia con la sua particolare unicità e veridicità.

  1. Dell’allegoria in particolare. Federica D’Amato progetta e costruisce i suoi testi secondo un côté allegorico, del tutto intenzionale e mai fortuito come spesso accade nei poco irreprensibili testi poetici odierni.

L’allegoria non ha nulla a che fare con la riduzione crociana a criptografia, non riguarda l’oscurità di senso fine a se stessa come avrebbe da obiettare un ipotetico lector medius di fronte al testo seguente: “Non possiamo entrare uscire dal tempo/disse il terribile fanciullo addormentato/ai piedi del letto angelo sull’uscio/del tendone fabbrica di pane e finimondo/una stretta nella memoria/la mia mitologia” (p. 37).

Se non si parte dalla benjaminiana intenzione allegorica, si rimane a un povero elenco di occorrenze quotidiane, uno scontato catalogo di situazioni, cronaca spicciola in rapporto a descrizioni, mìmesi e impressioni.

Altro significa suggerire, evocare, implicare per via poetica una figurazione allegorica la quale, pur nella discrasia fra significato manifesto e latente, tiene nello stesso verso tendone, fabbrica pane e finimondo.

Nei passaggi da un verso all’altro il testo prende corpo dalle sconnessioni, dalle dislocazioni di una superficie formale composita, distorta, volutamente frammentata.

L’allegoria comporta un salutare grado di disorganicità, un sovrapporsi e intersecarsi di piani, una sorta di vertigine che sprofonda e innalza, ottunde e libera l’interpretazione, se solo si pazienta a sufficienza e si rileggono strofe e versi fino all’aprirsi epifanico delle parole (“la volpe non voleva abbandonare/la scaduta reggia delle immagini:/il riccio non poteva spergiurare/la figura di una nuova infanzia”, p.30).

L’allegoria si conferma come la disposizione figurale della poeta che riafferma la sua condizione di soggetto e che dispone sulla pagina i suoi sforzi di essere nella necessità di rivelarsi a sé medesimo, consentendo lo stesso a ciascun lettore.

Avviene nel cuore più misterioso del testo, nei nuclei più ossimorici e ambigui, l’incontro avvincente con i sentieri ininterrotti della poesia, perché vuol dire che si è capaci di torcere il collo all’eloquenza e di comporre versi succosi e risoluti, arditi e sprezzanti, caldi, colorati, efficacissimi.

  1. Spazi metrici. L’orchestrazione lessicale e sintattica delinea atmosfere livide e ambigue, come se da oscure vibrazioni psichiche e sensoriali risalissero il colore e il suono delle cose, intensificati dal ritmo insistito, fugato, delle composizioni.

Federica D’Amato usa pigmenti semantici puri, di modo che i significati non perdano luminosità, una volta uniti al collante materico.

Il ricorso mitografico (“nascere in cima al Corno Grande/a sud dell’Unicorno”) non è solo una questione estetica, ma essenzialmente concettuale, vale a dire la ricerca di una corrispondenza intima fra i fenomeni essudati del presente e gli archetipi che affondano le loro radici nella tradizione latina e greca (“Nacqui bizantina in epoca televisiva”, “la Bitinia della tua infanzia”, “San Tommaso è la sua legge notturna”).

Ricchi di nuances, i testi di Avere trent’anni sono stesi sulla pagina e lasciano durature tracce di vita, agitano l’oscura capigliatura dell’inconscio, non temono la hybris e la follia (“Nell’età dei pazzi”), argomentano ex silentio, attraverso la ripetizione rimica (“se ti svegli sei preciso/nel volerlo dire come inciso”), il ricorso al verso libero (“Chiaro e scuro che sorrisi abbiamo/ragazzi quanto chiarore nei mattini”), la struttura litanica dell’espressione, utilizzata per facilitare la registrazione mnemonica e la colluttazione da parte del lettore con l’intero corpo fonetico.

Lo scivolìo delle parole e il singultare delle strofe creano per antitesi una rete di assonanze, consonanze, allitterazioni che vanno sempre più dentro i versi a sostanziarli, a svelarne la dimensione teleologica, a comporre la natura verbale dell’anima.

Ancora da segnalare l’alternanza di tempi veloci e lenti, i marcati cambiamenti d’atmosfera, il tono teatrale dei recitativi, il fervore delle arie più riuscite, il tutto accompagnato dal basso continuo, ossia la linea d’ombra di separazione fra giovinezza e età adulta.

I ritornelli orchestrali e i temi melodicamente fluenti si mescidano in uno stile concertante, nel quale risaltano i melismi della voce (“sia benedetta la pensione e i pazzi/in questa capanna di tumulti/dove sigilla la neve sul volto/una canzone infine questa l’anima/del mondo fermare il chicco di neve/nel fremito dl tutto//tu eri il fiore io la pianta/questa sola musica ti canta”, p. 35).

  1. Explicit. Da dove viene e a che cosa tende l’impulso che muove questa scrittura? Forse dall’azzeramento edenico, dal mutarsi del non-tempo favoloso, naturale e ancestrale, della giovinezza nel tempo storico e problematico dell’età adulta.

Il dolore della perdita non passa e non può essere confortato fino in fondo, tuttavia può essere medicata la paura che paralizza, l’angoscia sterile, il panico di fronte ai mille rivoli e alle mille urgenze della realtà.

Avere trent’anni restituisce la scomposta unità delle cose, l’inquieta serenità degli istanti in cui la vita ci mette alla prova, oltre ai motivi di un pensiero indagante, che vorrebbe scendere e salire a sbalzi, senza sosta, verso il precipizio dei sentimenti.

Federica D’Amato sembra possedere la rara capacità di rifare l’orlo alla poesia e di rinnovarla. In questi tempi putridi e stagnanti è una notizia da non sottovalutare.

Nereidi, ai primi del 2015 Donato di Stasi

Lascia un commento