Davide Rondoni scrive di “Lettere al Padre” su ClanDestino

Intensa, scomoda, disperatamente vera e colta, coltissima – ma in un senso di altezza – la lettura che il poeta amico e maestro Davide Rondoni fa di Lettere al Padre, il mio ultimo, piccolo lavoro pubblicato coraggiosamente dalla casa editrice Ianieri di Pescara. La scrive per ClanDestino, Davide, luogo suo e di altri amici poeti e scrittori dove non è raro incontrare la bellezza e il suo rovescio, tutto il fenomenico dell’autenticità. Scrive Davide: «[…] Insomma un piccolo monumento all’io mentre pur si dice che sono lettere (e dunque si presumerebbe un’altra voce) e che si prega qualcuno. Ma il fatto è – tremendo e dolcissimo- che la necessità, dura, dolente e sincerissima di questo libro (il quale fa il paio con quello suo di poesie qui richiamato più volte “avere trent’anni”) non è né pregare né dialogare, ma è pronunciare e dunque far accadere il riconoscimento della propria vocazione. O, meglio, il riconoscimento di una vocazione amputata. E qui sta la veemenza di queste pagine. Il loro cuore vivo. Il tema profondo e tremendo di questo libretto – che pur dischiude molti tesori- è la mancata risposta a tale vocazione. La vocazione infatti appare, in una delle pagine più belle e dure del libro, nel finale, segnata da un rifiuto. E dunque da una condanna di separatezza, dove diviene chiaro terribilmente solo il vedere, mentre in questa vita che non ha risposto alla vocazione il generare, il verificare, e in definitiva l’amare sembrano come rapiti nell’impossibile, o danno segnali da dietro un vetro o da distanze incolmabili. “Poiché non amano nessuno, avvertiva tremendo Charles Péguy, credono di amare Dio.” Ma il grandissimo valore di questo libro che scomoda santi e fanti, si aggira tra poeti e mistici, sta appunto in questa nudità con cui l’autrice – come D’Annunzio, pescarese pure lui- edificando un vittoriale di stile neo-mistico pone in realtà al centro il suo “fallimento”. Che è il motore tormentoso e però ormai chiarito, rasserenato nella mestizia, del prodigioso ramificarsi in potenti sintesi poetiche di pensieri […]». Una lunga lettura che meglio non poteva chiarire, in primis a me stessa, le ragioni e le derive di un libro in cui ho riposto, sì la mia bestemmia più grande, ma anche il mio più grande amore. 

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