Piccola inchiesta sul provincialismo, terza puntata con mio contributo

Nella terza puntata della Piccola inchiesta sul provincialismo condotta dallo scrittore, critico letterario e giornalista Simone Gambacorta, caposervizio del settore Cultura del quotidiano La Città di Teramo, ci sono anch’io a dir “la mia” su di un male tanto dilagante quanto necessario. L’inchiesta è apparsa sul quotidiano La Città di domenica 11 dicembre 2016. 

«[…] Trovo provinciale il quarantenne che, dopo un periodo di studi o vita all’estero, costretto a rientrare in provincia per portare avanti il lavoro di papà, ritorni a casa vivendo nella perenne nostalgia di quell’essere retoricamente flâuner, per poi stizzirsi in modo indecente davanti a qualsiasi possibilità di entrare in contatto, soprattutto fisico, con i cosiddetti immigrati, disprezzandoli solo perché sono emigrati in una anonima cittadina di provincia, e non a Parigi, Londra o Berlino: se il quarantenne in questione li avesse incontrati in queste città, di certo li avrebbe considerati meravigliosi. Trovo provinciali gli omosessuali (uomini e donne) che nella loro provincia di provenienza sanno interpretare bene la parte degli eterosessuali ortodossi, per poi partecipare, nelle città in cui vivono per motivi di lavoro o studio, a tutti gli incontri, alle lotte, e alle manifestazioni delle varie associazioni “di categoria”. Trovo allegramente e fortunatamente provinciali tutti i letterati – e forse la letteratura stessa – perché, nel loro «deserto senza solitudine», come scriveva Mauriac, credono di stare dalla parte dei giusti, degli oppressi, e di coloro che dovranno e sapranno sempre difendersi, grazie alla letteratura, dal quel dramma metropolitano che è la vita stessa. Trovo provinciale chi rende la sua vita il teatro delle proprie frustrazioni, piuttosto che la grande, magnifica prova generale in cui rinnovare quotidianamente il fallimento di essere vivi. Trovo provinciali coloro che nelle impostazioni di lingua dei propri cellulari, computer e tablet scelgono “l’inglese”, perché così si tengono allenati rispetto a un vivaio di immagini, sogni e pensieri che intimamente non ha nutrito in alcun modo quello che sono. Trovo provinciali i poeti, tutti, perché sorridono, piangono e scrivono da un lembo di terra in cui ancora si crede alla differenza tra il bene e il male, ai tramonti sconfinati di quando si rimane soli, alla voce del mare quando, in una giornata di vento, urla che le onde sanno molte cose, ma la corrente ne sa una grande, fondamentale.»

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