Il tiglio – due inediti per la rivista “Breviario poetico”

Sul numero 15, dicembre 2015, della rivista poetica «Breviario Poetico» curata da Paolo Valesio (Centro studi Sara Valesio) ed Amerigo Fabbri (Yale University), compaiono due miei testi inediti, con nota, tratti dalla raccolta di poesie A imitazione dell’acqua che verrà pubblicata nel 2017.

 

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“LA CONSOLAZIONE DELLA POESIA” su «La poesia e lo spirito», intervista a cura di Giovanni Agnoloni

Giovanni Agnoloni, sulla bel blog «La poesia e lo spirito», mi intervista sul tema della consolazione della poesia, in relazione all’omonima antologia poetica da me curata La consolazione della poesia, Ianieri Edizioni, 2015. Il libro, ospitato dalla collana di poesia da me diretta L’angiolo, riunisce intorno al nodo della consolatio le poetiche e le poesie di Antonio Bux, Sonia Caporossi, Alessio Di Giulio, Francesco Iannone, Valerio Nardoni, Giuseppe Nibali e Bernardo Pacini, con una postfazione di Giuseppe Munforte. Buona lettura.

1) Il tema della ferita e quello della consolazione sono al centro di questa antologia poetica. Si tratta di due poli opposti o complementari? E in che modo l’ideale “spola” tra essi viene pilotata (o seguita) dagli autori?

Affinché una ferita venga incontrata, attraversata e abitata nella sua capacità di rivelarci a noi stessi, credo sia necessario rinunciare non al nostro bisogno di consolazione, ma proprio al suo contrario ovvero all’idea che non vi sia consolazione praticabile per la nostra dolorante umanità. E la spola di cui lei giustamente parla è proprio la dimostrazione di una consolazione possibile, in cui la poesia – mezzo tra i mezzi – mimeticamente si perde. Ed è un bene che così sia. Il movimento, dalla ferita alla dimenticanza della ferita, è la consolazione, e gli autori presenti in antologia in tal senso sono in cammino, proprio perché incapaci di pilotare qualsiasi méta, ma solo in grado di farsi viandanti, di porgere il fianco.

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“Cinque donne e un’onda” di Davide Rondoni nella collana L’Angiolo (Ianieri Edizioni)

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Pubblicato in questi giorni dalla casa editrice Ianieri, nella collana di poesia e teatro da me curata “L’Angiolo”, Cinque donne e un’onda di Davide Rondoni è un libro «forte e strano» – come afferma il suo autore – in cui il segreto di ogni donna risplende attraverso gli archetipi della forza (Caterina Sforza), della bellezza (Giulia Gonzaga), della libertà (Ghertruda, madre di Amleto), dell’innocenza (Elisabetta Sirani), del dolore (Eluana Englaro) e dell’intelligenza (Vittoria Colonna Marchesa di Pescara); fino a terminare il suo indecifrabile giro di splendore nel «canzoniere sbranato» Occhionda, poesie integralmente inedite che Rondoni sussurra a una donna sconosciuta, a una donna-simbolo d’apertura alla ferita del destino.

Un libro sospeso fra teatro, poesia e filosofia, che quasi recupera, nella sua appassionata tensione, le forme più diffuse della letteratura trovadorica, dalla canso al planh al salut d’amor e alla tenso, davvero rinnovando in letteratura l’originario e fondativo discorso intorno all’amore.

Il libro sarà presentato in anteprima nazionale a Pescara lunedì 26 ottobre, per poi, insieme con il suo autore, intraprendere il pellegrinaggio dei luoghi che ne invocheranno la parola.

Per maggiori informazioni visitare il sito internet www.ianieriedizioni.it

Il sabato della consolazione – sulla rivista FuoriAsse #14

Sul numero 14 della rivista «FuoriAsse» do il mio contribuito con Il sabato della consolazione, all’interno della rubrica “Il rovescio e il diritto” curata dalla studiosa Sara Calderoni.

QUI è possibile leggere l’articolo e scaricare in formato PDF «FuoriAsse».

*

Il sabato della consolazione

di Federica D’Amato

Il Messia verrà soltanto quando non ci sarà più bisogno di lui, arriverà solo un giorno dopo il proprio arrivo, non arriverà all’ultimo giorno, ma all’ultimissimo.

 Franz Kafka, da Gli otto quaderni in ottavo

Ci sono dei giorni in cui, per andare più avanti, bisogna voltarsi, lasciando a chi c’era prima di noi ciò che gli appartiene, e a noi quanto ci è già caro del non ancora avvenuto. Il sabato, contravvenendo alla regola del riposo, potrebbe essere un buon giorno per scegliere di chiudere il passato in un giro di spalle, nella chiusa di un’abitudine, di un volto, di una parola che non dovremo pronunciare mai più.

[…]

Non basta più a sé – Cesare Pavese

Dopo trent’anni devi solo imparare ad aspettare che ritorni chi deve tornare.

*

Abitudini – da Lavorare stanca, Cesare Pavese, Einaudi  (edizione postuma 1968)

Sull’asfalto del viale la luna fa un lago
silenzioso e l’amico ricorda altri tempi.
Gli bastava in quei tempi un incontro improvviso
e non era piú solo. Guardando la luna,
respirava la notte. Ma più fresco l’odore
della donna incontrata, della breve avventura
per le scale malcerte. La stanza tranquilla
e la rapida voglia di viverci sempre,
gli riempivano il cuore. Poi, sotto la luna,
a gran passi intontiti tornava, contento.

A quei tempi era un grande compagno di sé.
Si svegliava al mattino e saltava dal letto,
ritrovando il suo corpo e i suoi vecchi pensieri.
Gli piaceva uscir fuori prendendo la pioggia
o anche il sole, godeva a guardare le strade,
a parlare con gente improvvisa. Credeva
di saper cominciare cambiando mestiere
fino all’ultimo giorno, ogni nuovo mattino.
Dopo grandi fatiche sedeva fumando.
Il piacere piú forte era starsene solo.

È  invecchiato l’amico e vorrebbe una casa
che gli fosse più cara, e uscir fuori la notte
e fermarsi sul viale a guardare la luna,
ma trovare al ritorno una donna sommessa,
una donna tranquilla, in attesa paziente.
È  invecchiato l’amico e non basta piú a sé.
I passanti son sempre gli stessi; la pioggia
e anche il sole, gli stessi; e il mattino, un deserto.
Faticare non vale la pena. E uscir fuori alla luna,
se nessuno l’aspetti, non vale la pena.

Appuntamenti maggio 2015 (Fiera del libro Torino)

Senza titolo

 

 

 

Dove: SALONE OFF TORINO (Bazaaar)

Venerdì 15 maggio ore 19.30

BAZAAAR (via Stampatori, 9, Torino)

Presentazione di Avere trent’anni (Ianieri Edizioni) 

L’Autrice, Federica D’Amato, ne parlerà con lo scrittore Demetrio Paolin

a cura di Cooperativa Letteraria

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Sabato 16 maggio ore 14.00

BAZAAAR (via Stampatori, 9, Torino)

Convegno “Le parole, le cose: problemi della poesia contemporanea

Interventi: Amedeo Anelli (L’orizzonte dei saperi), Federica D’Amato (La consolazione della poesia), Daniela Marcheschi (Tecniche, tematiche, stile, significati: per una nuova forma poetica), Benny Nonasky (Se la poesia non fosse mai esistita), Guido Oldani (L’affondo del Realismo terminale).

A cura del CiSle (Centro Internazionale di Studi sulle Letterature Europee)

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Dove: SALONE DEL LIBRO DI TORINO (Lingotto)

Sabato 16 maggio ore 16.00

PAD. 1 – STAND B68-C67 – CartaCanta Editore

Davide Rondoni e Federica D’Amato incontrano il pubblico in occasione della presentazione di I termini dell’amore (CartaCanta Editore) libro scritto a quattro mani dai due poeti, in uscita a dicembre 2015. Solo per la Fiera di Torino l’editore stamperà come anticipazione il primo capitolo dell’opera, “Prima viene la gioia”.

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Sabato 16 maggio ore 17.30

SALA AZZURRA (PAD.3)

Mario, mite rivoluzionario. Omaggio a Mario Luzi” 

Con le testimonianze e le letture di Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Gianfranco Lauretano, Giancarlo Pontiggia, Davide Rondoni e gli interventi di Valentina Colonna, Federica D’Amato, Valentino Fossati, Riccardo Olivieri. Per ricordare insieme Mario Luzi e la quieta, inesorabile forza rivoluzionaria della sua poesia. Coordina: Gian Mario Villalta

A cura di pordenonelegge.it e Salone del libro

“Avere trent’anni” su Rai Scuola

Su Rai Scuola Paolo Fallai consiglia Avere trent’anni (Ianieri Edizioni).

La seconda edizione del testo, recentemente ripubblicata, porta i contributi critici di Andrea CateriniÖnay Sözer.

La puntata n° 22 di sabato 18 aprile si può guardare interamente QUI

L’iris selvaggio – Louise Glück in una traduzione di Antonio Bux

Oggi, per Effeffedi, il poeta Antonio Bux fa un piccolo esperimento di traduzione, “usando” una poesia di Louise Elisabeth Glück, The Wild Iris, tratta dall’omonimo volume edito in Italia da Giano Editore nel 2003, a cura di Massimo Bagicalupo. Antonio traduce L’iris in italiano dalla versione spagnola di Eduardo Chirinos, a sua volta tratto dall’originale in lingua inglese. L’idea è quella che soggiace ad un altro, noto esperimento, quello montaliano di Poesia travestita (a cura di Maria Corti e Maria Antonietta Terzoli, Interlinea).

*

“L’iris selvaggio” di Louise Elisabeth Glück
versione di Antonio Bux

Alla fine della sofferenza
mi aspettava una porta.
Ascoltami bene: ciò che chiami morte
me lo ricordo.
Là in alto, rumori, rami di un pino vacillante.
E poi niente. Il sole debole
tremare sulla superficie secca.
Terribile sopravvivere
come coscienza,
sepolta nella terra nera.
Dopo, tutto finisce: ciò che temevi, 
essere un’anima e non poter parlare,
cessa brutalmente. La terra rigida 
s’inclina un poco, quelli che credesti uccelli
cadono come frecce tra alberi bassi.
Tu che non ricordi
il passo di un altro mondo, ti dico
potrebbe tornare a dire: ciò che torna
dall’oblio torna
per incontrare una voce:
dal centro della mia vita sgorga
una fonte fresca, ombre azzurre
profonde, in celeste acquamarina.

*

El iris salvaje (versión de Eduardo Chirinos) 

Al final del sufrimiento
me esperaba una puerta.

Escúchame bien: lo que llamas muerte
lo recuerdo.

Allá arriba, ruidos, ramas de un pino vacilante.
Y luego nada. El débil sol
temblando sobre la seca superficie.

Terrible sobrevivir
como conciencia,
sepultada en tierra oscura.

Luego todo se acaba: aquello que temías,
ser un alma y no poder hablar,
termina abruptamente. La tierra rígida
se inclina un poco, y lo que tomé por aves
se hunde como flechas en bajos arbustos.

Tú que no recuerdas
el paso de otro mundo, te digo
podría volver a hablar: lo que vuelve
del olvido vuelve
para encontrar una voz:
del centro de mi vida brotó
un fresco manantial, sombras azules
y profundas en celeste aguamarina.

*

The Wild Iris
Louise Elisabeth Glück

At the end of my suffering
there was a door.
Hear me out: that which you call death
I remember.
Overhead, noises, branches of the pine shifting.
Then nothing. The weak sun
flickered over the dry surface.
It is terrible to survive
as consciousness
buried in the dark earth.
Then it was over: that which you fear, being
a soul and unable
to speak, ending abruptly, the stiff earth
bending a little. And what I took to be
birds darting in low shrubs.
You who do not remember
passage from the other world
I tell you I could speak again: whatever
returns from oblivion returns
to find a voice:
from the center of my life came
a great fountain, deep blue
shadows on azure seawater.

La poesia vive di dimenticanza – su Giuseppe Rosato

Ieri ho inserito su Facebook una poesia di Giuseppe Rosato, «Lettera», una delle tante meraviglie che Peppino ha dedicato alla memoria di Tonia, sua moglie, e contenute in La traccia di beltà, un libro che per me è come un portagioie, un geroglifico, la teca inviolabile di un museo antico. Non ho inserito la poesia direttamente su Facebook – sottoforma di post, intendo – , ma l’ho prima scritta su Effeffedi, uno spazio WordPress che gestisco, per condividerla solo successivamente sul social network. Quando decido di rendere pubblica una preferenza di lettura, il passaggio blog > social è per me essenziale, sebbene ai più possa sembrare inutile. Il motivo è facilmente intuibile: su Facebook la comprensione si consuma nel breve giro di una lettura veloce e distratta, e quel che viene fruito – si tratti di poesia, racconto, o pensiero – è condannato dal suo stesso apparire a sparire per sempre, a naufragare nello scorrere eracliteo della “grande bacheca”. Dare luogo a un contenuto per noi importante, invece, credo comporti non solo il dovere di dargli spazio, ma anche quello di caricarlo di tempo, conferendo respiro sia al testo che al suo destinatario, creare una piccola oasi di sosta per chi ha bisogno di fermarsi davanti al nascere delle parole. Un blog o un sito serve proprio a questo (forse).

Foto protetta da Copyright @Ianieri Edizioni @Maria Rosato
Foto protetta da Copyright @Ianieri Edizioni @Maria Rosato

Perché mi sto attardando su siffatte specificazioni? Perché vi sono delle cose che vanno precisate. Almeno per me. È accaduto, quindi, che appena ho inserito su Facebook la poesia di Rosato, qualcuno ha commentato scrivendo «un grande dimenticato». Questa persona ha poi cancellato il suo intervento. Fortunatamente, aggiungo. Innanzi tutto voglio ricordare che Giuseppe Rosato, uno dei più grandi poeti italiani, è vivo e vegeto: ha ottant’anni, vive nella sua amata Lanciano, in Abruzzo, e questo essere “dimenticato” o tantomeno “considerato” / “ricordato” è un problema che non lo sfiora (e non lo ha mai sfiorato). Il fatto che un poeta non sia registrato su Facebook, che non faccia comunella né coi poeti feisbucchiani né con quelli delle accademie o dei vari parnasi, non significa che non esista o tantomeno che sia “dimenticato”. Anzi, forse esiste il doppio proprio rispetto a noi, poveri scemi che crediamo di raggiungere la gloria attraverso il numero di “mi piace” ottenuto dai nostri post “letterari”. E poi, penso: ma dimenticato da chi? dai quattro imbecilli che oggi detengono l’amministrazione della poesia italiana? dagli sciacalli dei blog letterari? dalle riviste che spesso nascono “per fare dispetto a”? dai festival? dai parchi? dalle riserve della poesia? dalle marchette recensorie dei poets laureate? Allora, se un poco penso di conoscerlo Peppino, credo che egli sia felicissimo di questo tipo di dimenticanza, come dovrebbe esserlo ogni persona che tenta la poesia, su di sé vivendola, quasi con la paura, la vergogna e l’orrore di essere ricordata. O inserita sulla timeline di un social network.