“Come sei bella. Viaggio poetico in Italia” a cura di Camillo Langone

 
 
Camillo Langone ha chiesto a 104 poeti di raccontare in versi il luogo italiano più amato. Ne è uscito un viaggio fatto solo di poesia, e tra i viaggiatori, per l’Abruzzo, ci sono anch’io con una poesia dal titolo Benedizioni abruzzesi.
 
«Leggevo Italia di Charles Wright – scrive Langone -, il libro che raccoglie le poesie dedicate dal poeta americano alla nostra nazione nel corso della sua lunga carriera, e ho avuto un’illuminazione: perché un viaggio in Italia non lo facciamo scrivere ai poeti italiani? Non che Wright non sia bravo, anzi, ma fatalmente ricorda l’Italia del tempo che fu. Poi Wright è uno solo e le città italiane sono cento, minimo, e per non escluderne nessuna di poeti ce ne vuole gran copia. Bisogna estrarli dal loro solipsismo, mi sono detto, strapparli ai loro festivalini, alle loro recensioncine, al loro piccolo mondo di piccoli premi e prefazioni. “Tutto ciò che serve solo all’autore non vale nulla”: forte di questo pensiero pascaliano ho chiesto ai migliori poeti disponibili a un viaggio letterario di mettersi al servizio di un luogo amato, scrivendone appositamente. Quando ci si mette da parte, ecco che si parte».
 
Camillo Langone ha chiesto a 104 poeti di raccontare in versi il luogo italiano più amato. Ne è uscito un viaggio fatto solo di poesia. Abbate – Accerboni – Arminio – Arslan – Barbaglia – Berra – Bertolini – Bianconi – Borio – Bregola – Broggiato – Brullo – Casali – Cecchinel – Christanell – Cipparrone – Cirulli – Conte – D’Amato – Damiani – Dapunt – De Alberti – De Benedictis – Di Consoli – Di Corcia – Donaera – Donati – Fant – Farabbi – Federico – Ferretti – Filia – Fiumani – Fo – Fratus – Gardini – Garlini – Garufi – Garzia Genti – Gigli – Gnocchi – Gorret – Grisancich – Grotti – Grutt – Iacuzzi – Iannone – Iuliano – Lamarque – Laudace – Lauretano – Leardini – Lerro – Maldini – Marangoni – Marchesini – Mastrolilli – Matzneff – Mazzotta – Mencarelli – Morasso – Nacci – Neri – Nessi – Nibali – Orlando – Pacini – Pazzi – Pellegrino – Picca – Piccini – Picerno – Previdi – Racca – Riccardi – Rivali – Ronchi – Rondoni Sacerdoti – Salvagnini – Santoni – Schiavoni – Sebaste – Serra – Serragnoli – Sica – Signorin – Silva – Simoncelli – Sinisi – Socci – Soriga – Tartaglia – Tomada – Tonietto – Tramutoli – Turra – Ulbar – Villalta – Vitagliano – Vitale – Zizza – Zizzi
 
 
 
 

“A imitazione dell’acqua”, poesia, Nottetempo edizioni

In tutte le librerie, in formato cartaceo, e in tutte le librerie virtuali, in formato e-book, il mio nuovo libro di poesie A imitazione dell’acqua (Nottetempo edizioni). L’ultimo, come ultimo è ciò che non si ripeterà mai più. 

 

 

In uscita UN ANNO E A CAPO Galaad Edizioni

copertina

Ci risiamo, il vizio di scrivere… E di pubblicare. Ma questi sono accordi passati: la promessa è quella di alleggerire, nell’immente futuro, i lettori – e le pagine bianche, gli alberi, la carta, gli scaffali delle librerie, ma soprattutto la santa verginità delle parole – dal peso del mio nome. Considerato che, ad ogni modo, il danno è fatto, sta per uscire un libro forte e strano, uno di quelli inclassificabili, uno di quelli invendibili (speriamo, per l’editore, il contrario!), uno di quelli, insomma, alla “Federica”. Il suo titolo è Un anno e a capo, ha in copertina la foto di uno dei migliori fotografi abruzzesi, Bruno Imbastaro, e in coda una aristocratico-commovente postfazione del grande Simone Gambacorta. Soprattutto, sarà pubblicata da una casa editrice piccolo-meravigliosa, la Galaad Edizioni, e ho detto tutto. 

Il libro ripercorre un anno strano, doloroso e felice insieme, quell’anno della vita d’ognuno in cui solitamente siamo soliti dire che “cambia tutto”. E’ una specie di diario, sicuramente, ma anche una specie di ammutinamento dalla forma diaristica, che va contro i calendari, rovesciando il tempo, un non-tempo fatto di aforismi rovinati, amori di traverso, malattie, ricordi, libri, animaletti, pianto e visione. Insomma, non lo so spiegare bene, ma posso riportarvi la nota che ho scritto in apertura del testo:

«Quanto dura un anno? Trecentosessantacinque giorni, secondo il calendario gregoriano, ma un’eternità o un istante secondo coloro che, a un certo punto della loro vita, sono costretti a scendere dai calendari. Chi scrive è una di loro. A costringerla sono stati un grande amore, una malattia, un addio, una manciata di poesie, un compleanno e un libro. Il libro si intitola Il trentesimo anno, raccolta di racconti in cui per la prima volta la sua autrice, la poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, sperimenta la prosa. Lo fa in modo non solo stilisticamente folgorante, ma anche, dal punto di vista letterario, vero, inquieto, assoluto. Tutti i suoi racconti cercano sia di interrogare sia di rispondere a un’età intesa come particolare soglia, varcata la quale il tempo perde la cognizione di chi lo vive, muovendolo verso lo smarrimento di se stesso, nella disarmata impresa di durare, finalmente semplice cosa tra le cose, umile essere tra gli esseri. Dopo aver dedicato a tale questione un’opera in versi (Federica D’Amato, Avere trent’anni, Ianieri Edizioni, 2013, Pescara), ho cercato di capire quotidianamente come la durata si manifestasse in ogni singolo giorno del trentesimo anno all’interno del calendario gregoriano. E così, proprio dalla data del mio trentesimo genetliaco, il 2 giugno 2014, ho iniziato a scrivere, non un diario ma una traccia al giorno, sotto le forme più diverse e istintive: riflessive, saggistiche, poetiche, aforistiche… E’ continuata così fino al quando il countdown era finito: il 2 giugno 2015 ero entrata pienamente nel regno dei trent’anni, con una consapevolezza che solo scrivendo, e quindi ricordando, potei fare mia: i giorni del calendario andavano avanti mentre quelli della mia vita tornavano indietro.

Il grande amore, la malattia, l’addio e la manciata di poesie sono contenute tutte in questo cammino, che mentre sembra andare a capo per aprirsi a un nuovo orizzonte, in realtà non fa altro che ritornare lì dove la scelta d’incamminarsi ha avuto inizio. Perché è questo che facciamo incedendo nel tempo, tra l’inganno dei calendari e la verità dei momenti: risaliamo la corrente per morire nel luogo e nel momento in cui siamo venuti al mondo.

Questo libro è dedicato a tutti coloro che, dall’origine della loro vita, non sono mai tornati indietro.»

E, a seguire, qualche passo dei 365 “versetti” che compongono Un anno e a capo

356: La natura non tollera metafore perché le ge­nera.

355: Anche se abbiamo dimenticato il nostro amore, lui non potrà mai dimenticare noi.

354: Le immagini nascono per testimoniare l’as­senza.

353: Il mondo dei bambini è un verbo in continuum.

352: È quando ti lasci amare da te stesso che ricordi dov’è Dio.

351: Federer sa che a un certo punto anche vincere diventa inutile. Ecco dunque in cosa consiste la perfezione: sapere che essa è inutile, almeno per chi ha avuto il privilegio di ridefinirne il significato. La perfezione è inutile, conta sempre e comunque ciò che viene appena dopo. Appena dopo la vittoria, appena dopo il trofeo, appena dopo il colpo della racchetta sulla pallina. Quel dopo a cui tendiamo, ma che non potremo mai controllare. Federer, inconsapevolmente, sa tutto questo e incarnandolo lo semina nel mondo. Sorridendo, come il dio che non ricorda l’uomo che diventerà.

347: Le donne istupidite dalla propria bellezza vengono superate solo da quelle incattivite dalla propria bruttezza.

346: La regola aurea di qualsiasi tipo di narrazione (poetica, prosastica) è quella di tacere narrando. Così, come il silenzio va detto col silenzio, la poesia con la poesia, la prosa con la prosa, e l’addio con il fatto di non vedersi mai più.

345

Nessuna esegesi potrà mai spiegare l’opera di Giorgio Manganelli, meglio di quanto abbia fatto quel suo semplice cadere tra le braccia di Alda Merini.

324: La presenza del silenzio come lievito della parola.

323: Ogni foglia è una cattedrale. Dio dei venti, dio occidentale.

322: Non sono né una letterata, né una scrittrice o tantomeno un poeta, e semmai ho creduto di essere o di valere anche solo una di queste maschere, l’ho fatto per paura della vita. Sono un pomeriggio di quando avevo sei anni, una foglia di gelsomino. Sono Liolà, e come Ciaula piango ogni volta che vedo la luna.

Pesce d’aprile classe 1924

Pesce d’aprile classe 1924*

[…]

Oggi invece mi imbarcherei

col peschereccio delle 4

senza dirlo a nessuno

o forse no, dirlo a modo mio

a Mario, pesce d’aprile

classe 1924

molti anni prima

di diventare mio nonno.

 

Porterei un sacco di noci

le calze di lana un quaderno

tre matite di ciliegio la fine

dell’acqua il sapone delle rose

il seme e il fazzoletto di lino

il coltellino il fermaglio

e un amore.

 

Un amore da annodare al vento,

al mattino delle vele

quando chiudono le onde

alle sirene tutte le partenze.

 

Da annodare al tuo ritorno.

 

*inedito tratto dalla sezione Autunnale in A imitazione dell’acqua, in uscita a settembre 2017 per Nottetempo edizioni.

Profonde e amiche le parole che Paoli Risi dedica al mio ultimo libro Lettere al Padre. Preghiera in forma di lettera (Ianieri Edizioni), parole che informano la sua bella recensione apparsa nei giorni scorsi sul sito Zest Letteratura Sostenibile, che non finirò mai di ringraziare per l’attenzione e la cura con cui seguono il mio lavoro.

«[…] Forse il bene da elargire non è altro che una chiave dentro di noi girata direttamente da Dio?

Noi che siamo soltanto capaci di pregare, constata Federica D’Amato, e da questa riflessione – una delle possibili – avvia un dialogo a distanza con un amico il cui nome è Comitò: “Fu così che, un po’ per commozione e un po’ per incoscienza, ognuno per suo conto ma in dialogo, iniziammo a pregare il Padre nostro […] perché dal fondo di quei giorni qualcosa, o qualcuno, mi curava, perché quel Padre, sin dall’infanzia, più lo chiamavo e più mancava. Iniziammo così, a scriverci delle lettere a commento dell’antica preghiera: l’unico segno di realtà che egli nella mia vita abbia lasciato” […]»

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Su Zest Letteratura ottavo appuntamento con la poesia su Tacuinum Sanitatis

Su Zest Letteratura ottavo appuntamento con la poesia nella mia rubrica Tacuinum Sanitatis, che questa volta si concentra su di una bellissima poesia di Claudio Damiani.

«C’è un momento in cui si diventa parte di se stessi. La chiamano maturità, ha a che fare con la schiera degli adulti, ma quando ci si è dentro non si ricorda esattamente la strada percorsa per entrarvi, o la soglia che si è dovuta attraversare, il pegno che si è dovuto pagare. Si ricorda solo il grande sacrificio: quello d’amore […]»

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“Lettere al padre” in radio su Il Posto delle parole

Grazie a Livio Partiti il quale mi ha dedicato una lunga e intensa intervista radio sul mio ultimo libro, Lettere al padre (Ianieri Edizioni, 2017), per Il Posto delle parole, portale di approfondimento su letteratura, autori, e nuove uscite editoriali: un posto dove “ascoltare fa pensare”. 

Per ascoltare l’intervista clicca QUI.

 

Rosato, nuova raccolta di poesie in versi abruzzesi – Il Centro del 7 gennaio 2016

Sul quotidiano Il Centro scrivo della nuova raccolta del poeta Giuseppe Rosato, E mò? (Raffaelli Editore), libro splendido in cui la vera poesia incontra la profondità espressiva del dialetto.

Per leggere l’articolo clicca QUI.

articolo-rosato-2017

Ballata delle benedizioni (inedito)

Ballata delle benedizioni (inedito)

Sia benedetta la silenziosa eloquenza dei gesti

tra la resina d’oro e la pietra d’onice

dei nostri anulari, atlantide sommersa della prima volta.

Siano benedette le spine, i cardi, l’erba selvaggia

delle americhe lungo le strade dei nostri vent’anni

che non si lasceranno camminare mai più.

I docili amici del dio, la domenica,

gli alberi piantati lungo i corsi d’acqua,

le beatitudini dopo pranzo

dell’operaio stanco, nel sole,

tutti i luoghi traditi dalle nostre promesse.

L’amore umido, feriale, cantando all’orecchio

il lontano messaggio delle isole,

coloro che attingono olio dalla conca del cuore

e la luce di giugno che apre sui rami le stagioni.

I cuori amanti degli amati,

le guance ardenti dei dimenticati.

Gli angeli che ci parlano scrivendo sui finestrini

dei tram le lettere dei trapassati e più in là,

oltre il vedere, gli occhi dei ciechi

che ci guidano, siano benedetti anche

quelli che imparano a guarire da loro stessi.

Il poeta quando cade in ginocchio

per tutti piangendo ai piedi della quercia

nel tempo della fine

quando il tempo è la sola cosa che ci appartiene.

Le stelle dentro alle toppe dei poveri

e le anime che fioriscono di piume,

i re bambini, le loro corolle di bucaneve

e le discese infilate dentro al grido

del ragazzo che per la prima volta cresce

essendo benedetti tutti coloro che senza

saperlo una volta si sono lavati nella neve.

Siano per sempre benedette le esplosioni delle comete

senza dolore e le mani sottili dei colpevoli,

i solitari che nella sera piangono il gelo

dei deserti nel chiarore del miraggio:

fontana che non si accenderà mai più.

 

Il signore grande Inverno

davanti ai camini dei vecchi

sia benedetto tra le righe dei faggi,

lì in fondo al bosco quando qualcuno

in un letto del cosmo si stringe al suo amore

perché benedetto dev’essere dai nostri

vestiti anche il freddo.

Sia l’acero benedetto, quando muore

e la sua ultima foglia in Canada cadendo

fa arrivare la neve in ogni suo fiocco

in ogni suo piccolo muso a forma di stella.

E le ore senza eroe

gli eroi senza vittorie

le regine senza re

i re che rinunciano

alle altezze dei troni.

 

Siano infine benedette

senza fine le lune,

le rimebelle delle donne

i mandorli, i ricordi e le montagne

quando resteranno

finalmente

sole.

Senza di noi.

 

Veduta di Delft – Per John Berger

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Per John Berger (Londra, 5 novembre 1926 – Parigi, 2 gennaio 2017) e la sua delicata grandezza…

Veduta di Delft*

In quella città,

dall’altra parte dell’acqua

dove tutto è stato già visto

e i mattoni son curati come passeri,

in quella città che sembra una lettera da casa

letta e riletta in un porto,

in quella città con la biblioteca di maioliche

e gli indirizzi richiamati da Johannes Vermeer

morto indebitato,

in quella città dall’altra parte dell’acqua

dove i morti fanno censimento

e non ci sono stanze libere

perché il suo sguardo le occupa tutte,

dove il cielo aspetta

la notizia di una nascita,

in quella città che si riversa dagli occhi

di chi è partito,

tra due rintocchi del mattino,

quando il pesce si vende in piazza

e le carte sui muri

mostrano la profondità del mare,

in quella città

mi preparo al tuo arrivo.

 

La poesia è tratta dal volume Il fuoco dello sguardo. Collected poems, ampia antologia della poesia di John Berger straordinariamente tradotta e curata in italiano da Riccardo Duranti, pubblicata dalla sua casa editrice, la Coazinzola Press.